Nel romanzo gotico succede qualcosa di strano e rivelatore: il cattivo è spesso più interessante del buono. L'eroina perseguitata è virtuosa, sensibile, destinata al lieto fine — ma è il villain gotico, con la sua energia oscura, la sua intelligenza perversa, il suo potere magnetico, a monopolizzare l'attenzione del lettore. Da Manfred di Walpole ad Ambrosio di Lewis, da Heathcliff ai vampiri aristocratici, il antagonista del romanzo gotico è una delle figure letterarie più affascinanti e più studiate della storia della narrativa occidentale.
Perché il villain gotico esercita questo fascino? La risposta ha a che fare con la struttura profonda del genere. Il gotico è un genere del desiderio represso: esplora ciò che la società non può dire apertamente — la sessualità, il potere, la violenza, l'ambizione — attraverso le figure del mostruoso e del malvagio. Il villain gotico è il portatore di queste forze proibite: in lui si concentra tutto ciò che il lettore vittoriano o georgiano non poteva desiderare esplicitamente ma che riconosceva con brivido nella pagina stampata. La sua attrazione è quella del proibito.
Il villain gotico non è una figura statica: si evolve nel corso di quasi tre secoli di narrativa, dal tiranno feudale del romanzo settecentesco al Byronic hero tormentato dell'Ottocento, fino al villain psicologico e morale del gotico contemporaneo. Tracciarne l'evoluzione significa tracciare anche l'evoluzione dei valori e delle ansie della cultura occidentale — di ciò che ogni epoca considerava veramente pericoloso e quindi veramente affascinante.
Il tiranno gotico: Manfred di Walpole e il potere come corruzione
Il primo villain del romanzo gotico è Manfred, principe di Otranto, protagonista e antagonista del romanzo fondativo di Horace Walpole (1764). Manfred è il prototipo di una figura che tornerà decine di volte nella narrativa gotica successiva: il tiranno feudale, padrone assoluto del suo dominio, che usa il potere politico e istituzionale per perseguire fini personali e in ultima analisi criminali.
Le caratteristiche di Manfred definiscono il tipo: è nobile — la nobiltà è un prerequisito del villain gotico settecentesco, perché il potere che abusa deve essere un potere legittimo corrotto. È ossessionato dalla continuazione della sua dinastia — il suo conflitto nasce dal fatto che non ha eredi maschi e vuole divorziare dalla moglie per sposare Isabella, la fidanzata del figlio appena morto. Questa ossessione per la stirpe e la successione è tipicamente feudale, e la sua volontà di annientare chiunque si frapponga ai suoi piani — compresa la propria figlia Matilda, che muore per mano del padre nell'orrore del finale — lo rende il cattivo assoluto del sistema feudale.
Ma Manfred è già qualcosa di più complesso di un semplice villain cartone animato. In lui c'è una lucidità morale amara: sa che ciò che fa è sbagliato, sa che la sua volontà di potere lo sta portando alla rovina, ma non riesce a fermarsi. È prigioniero del suo stesso carattere — della sua hybris, della sua incapacità di cedere. Questa consapevolezza del personaggio della propria corruzione è un elemento che il gotico successivo svilupperà fino alle sue estreme conseguenze.
Il tiranno gotico di Walpole stabilisce anche un codice spaziale fondamentale: il villain abita il castello, controlla i corridoi, conosce i segreti che gli altri ignorano. È il padrone dello spazio gotico, e questa padronanza architettonica è un'estensione del suo potere politico. Il castello è il villain esteso nello spazio — e il villain è il castello fatto persona.
Il monaco corrotto: Ambrosio di Lewis e la caduta morale come spettacolo
Con il Monaco Ambrosio di Matthew Lewis (1796), il villain gotico fa un salto qualitativo nella direzione della complessità psicologica e dell'audacia narrativa. Ambrosio è già moralmente corrotto all'inizio del romanzo — Lewis non costruisce la sua caduta come un progressivo deterioramento ma come la rivelazione di una corruzione già presente, nascosta sotto la maschera della santità.
Questo è il contributo fondamentale di Lewis al personaggio del villain gotico: la dissociazione tra apparenza e realtà. Ambrosio è il monaco più rispettato di Madrid, predicatore eloquente e venerato dalla folla. Ma sotto questa maschera di virtù si nasconde una psicologia distorta — repressione sessuale, narcisismo, incapacità di genuina empatia — che la seduzione di Matilda risveglia con una violenza che lui stesso non prevedeva. Il villain di Lewis non è il cattivo che tutti riconoscono come tale: è il rispettato, il virtuoso, l'autorevole — il che lo rende molto più pericoloso.
La caduta di Ambrosio percorre tutti i gradini del male gotico: dall'adulterio alla magia nera, dalla violenza alla complicità con il Demonio, fino al matricidio e all'incesto commessi per ignoranza (Antonia, la sua vittima finale, si rivela essere sua sorella, e la donna che aveva ucciso anni prima era la sua madre). La traiettoria di Ambrosio è deliberatamente costruita come un catalogo del Male assoluto, senza redenzione, senza attenuanti.
Eppure anche Ambrosio esercita una strana attrazione. Il lettore segue la sua caduta con un'intensità voyeuristica che Lewis conosce e sfrutta consapevolmente: è il fascino del male che si rivela passo dopo passo, dello strato dopo strato di corruzione che si scosta per mostrare la profondità dell'abisso. Il villain di Lewis è il Male come spettacolo — e il lettore georgiano, che pure inorridisce, non riesce a smettere di leggere.
Il Byronic hero come villain: Rochester, Heathcliff e il fascino dell'antieroe
La trasformazione più significativa del villain gotico avviene nella tradizione romantica, quando la figura del Byronic hero — teorizzata dalla poesia di Lord Byron e incarnata nei personaggi dei suoi poemi — contamina e trasforma il tipo del cattivo gotico. Il Byronic hero non è un villain puro: è un antieroe, una figura che porta in sé sia le caratteristiche del protagonista sia quelle del antagonista, che attrae il lettore nonostante — o forse grazie a — i suoi vizi e le sue colpe.
Edward Rochester di Jane Eyre è il Byronic hero più famoso della narrativa vittoriana. Tecnicamente è un villain: ha una moglie segreta che nasconde a Jane, la seduce con il pretesto di un matrimonio legale, la espone a una situazione di vulnerabilità morale e emotiva. Ma il lettore non lo vive come un villain — lo vive come un eroe tormentato, un uomo ferito dalla propria storia che trova in Jane la possibilità di redenzione. Charlotte Brontë costruisce Rochester in modo tale che il lettore perdoni i suoi crimini in virtù del suo fascino, della sua intelligenza, del suo amore apparentemente genuino per Jane.
Heathcliff di Cime Tempestose è ancora più radicalmente ambivalente. Nella prima parte del romanzo è una vittima — il trovatello oppresso dalla famiglia Earnshaw — che ispira simpatia. Nella seconda parte è un tiranno vendicativo che distrugge la vita di tutti coloro che lo circondano con una determinazione sistematica e quasi demoniaca. Emily Brontë non risolve questa ambivalenza: Heathcliff è contemporaneamente vittima e carnefice, amante romanticamente assoluto e predatore spietato. Il lettore ama e odia Heathcliff, e questa tensione irrisolta è parte del suo fascino straordinario.
Il Byronic hero come villain introduce una novità fondamentale rispetto ai modelli precedenti: la storia. Manfred e Ambrosio sono malvagi per natura o per scelta consapevole; il Byronic hero è malvagio — o perlomeno oscuro — per storia. Il suo male ha una causa: la sofferenza subita, l'ingiustizia patita, la delusione amorosa. Questo fa del villain romantico qualcosa di radicalmente moderno: un personaggio il cui male è comprensibile, contestualizzato, persino giustificato — anche se non scusabile.
Le caratteristiche ricorrenti del villain gotico: un'anatomia del male
Al di là delle differenze storiche e stilistiche, il villain gotico presenta una serie di caratteristiche ricorrenti che attraversano i secoli e i romanzi, una grammatica del male che il lettore del genere riconosce e attende.
La prima è l'eccesso di energia. Il villain gotico ha più vita degli altri personaggi: più passione, più intelligenza, più volontà, più desiderio. È come se la sua moralità corrotta liberasse un'energia che la virtù normativa comprime. Manfred è più determinato dell'eroe tedioso che lo affronta. Ambrosio è più eloquente di qualsiasi personaggio virtuoso del romanzo. Heathcliff ha una forza emotiva che Rochester stesso non raggiunge. Questa eccedenza energetica è la prima ragione del fascino del villain.
La seconda è l'intelligenza superiore. Il villain gotico è quasi sempre più intelligente dell'eroe — capisce meglio il funzionamento del mondo, legge le debolezze degli altri con precisione, manipola le situazioni con abilità. Questa intelligenza è moralmente neutra ma narrativamente affascinante: il lettore ammira la perspicacia del villain anche mentre condanna le sue azioni.
La terza è il segreto. Il villain gotico è quasi invariabilmente portatore di un segreto — una colpa passata, un'identità nascosta, un crimine taciuto. Il romanzo si struttura spesso intorno alla progressiva rivelazione di questo segreto. Il segreto del villain è il motore narrativo del gotico: finché non è rivelato, il lettore continua a leggere.
La quarta è il palazzo o il castello come estensione della personalità. I grandi villain gotici abitano spazi che li rispecchiano: Manfred il castello di Otranto, Rochester la Thornfield Hall con la sua stanza segreta al piano di sopra, il conte Dracula il suo castello nei Carpazi. Lo spazio gotico del villain è una mappa della sua psicologia — labirintico, chiuso, pieno di stanze proibite e corridoi che portano al cuore oscuro del personaggio.
Perché il villain gotico è più affascinante dell'eroe
La domanda è vecchia quanto il genere: perché il lettore del romanzo gotico trova il villain così magnetico? La risposta tradizionale è che il male ha una forza drammatica che la virtù non può eguagliare — ma questa è una risposta troppo semplice che non spiega il fenomeno specificamente gotico.
Una risposta più precisa passa attraverso il concetto di sublime che Edmund Burke teorizzò nel 1757 e che Ann Radcliffe applicò sistematicamente al genere gotico. Il sublime è quella categoria estetica che descrive l'esperienza dell'immenso, del pericoloso, del potente — qualcosa che ci sopraffà e che per questo ci affascina. Burke distingue il sublime dal bello: il bello è ciò che ci piace perché è proporzionato, gradevole, sicuro; il sublime è ciò che ci piace nonostante — o a causa di — il fatto che ci minaccia o ci sopraffà.
Il villain gotico è un'incarnazione del sublime: è immenso nel male, sopraffacente nella sua energia e nella sua determinazione, pericoloso con una pericolosità che il lettore sperimenta in sicurezza attraverso la mediazione della narrativa. Leggere di Ambrosio è come guardare un incendio dalla finestra di casa: c'è terrore, ma è il terrore protetto della finzione, che possiamo abbandonare in qualsiasi momento chiudendo il libro.
C'è anche una dimensione di liberazione vicaria nel villain gotico. In una società che comprime i desideri — soprattutto i desideri sessuali, il desiderio di potere, l'ambizione senza freni — il villain gotico agisce ciò che il lettore non può permettersi di desiderare esplicitamente. Ambrosio fa ciò che il libertino georgiano fantasticava; Rochester ha il fascino dell'uomo che ignora le convenzioni; Heathcliff si vendica con una determinazione che la società civile vieta. Il lettore condanna il villain ma lo segue con uno strano sollievo — come se attraverso di lui potesse vivere le sue fantasie proibite senza conseguenze.
L'eredità del villain gotico: dal conte Dracula al villain contemporaneo
L'evoluzione del villain gotico non si ferma con il romanticismo vittoriano. La figura del cattivo affascinante, sublime nel male e magneticamente attraente attraversa tutta la letteratura e la cultura popolare successiva, trasformandosi ma rimanendo riconoscibile.
Il Conte Dracula di Bram Stoker (1897) è il punto di sintesi della tradizione: nobile (il tiranno di Walpole), portatore di un segreto mostruoso (la corruzione di Lewis), dotato di fascino soprannaturale e di una storia di violenza e potere (il Byronic hero). Dracula è il villain gotico portato al suo limite estremo: un essere soprannaturale che ha tutti gli attributi del villain gotico classico amplificati fino alla mostruosità. Il romanzo di Stoker cristallizza la grammatica del villain gotico in una forma così perfetta che tutti i successivi vampiri della cultura popolare — da Lestat a Edward Cullen — sono fondamentalmente variazioni su questo schema.
Nel Novecento, la narrativa di genere horror e gotico continua a produrre villain di straordinaria complessità. Hannibal Lecter di Thomas Harris è il villain gotico portato nella contemporaneità: intellettuale raffinato, cannibale, dotato di una cultura e di un gusto estetico che il lettore non può fare a meno di ammirare anche mentre ne è inorridito. Lecter è il Byronic hero nella sua forma più estrema — l'essere che opera al di là di ogni morale condivisa con una coerenza quasi ammirevole.
Nella narrativa fantasy e nel dark fantasy contemporaneo, il villain gotico si è sdoppiato: da un lato il villain puro, il Male cosmico dei fantasy epici; dall'altro il villain complesso, il personaggio con una prospettiva propria e ragioni comprensibili anche se non accettabili. Quest'ultima forma — il villain di cui si capisce il punto di vista — è forse la più interessante evoluzione contemporanea del tipo, ed è quella che riflette con maggiore precisione la lezione del romanzo gotico vittoriano: che il male più affascinante non è quello assoluto e incomprensibile, ma quello che ha una storia, un desiderio, una logica interna — e che perciò ci interroga sulla nostra stessa capacità di diventare villains nelle circostanze giuste.
Domande frequenti
Chi è il primo villain della storia del romanzo gotico?
Il primo villain del romanzo gotico è Manfred, principe di Otranto, nel romanzo omonimo di Horace Walpole del 1764. Manfred è un tiranno feudale ossessionato dalla continuazione della sua dinastia che usa il potere per perseguire fini criminali, arrivando a uccidere la propria figlia. Stabilisce il prototipo del villain gotico settecentesco: nobile di nascita, padrone assoluto di uno spazio architettonico che lo rispecchia (il castello), portatore di una hybris che lo porta alla rovina, ma già dotato di una lucidità amara sulla propria corruzione.
Cos'è il Byronic hero e come si distingue dal villain gotico classico?
Il Byronic hero è un tipo letterario teorizzato dalla poesia di Lord Byron che contamina il villain gotico romantico. A differenza del villain classico — malvagio per natura, per scelta o per corruzione morale progressiva — il Byronic hero è un antieroe: affascinante e oscuro, tormentato da una storia di sofferenza o ingiustizia che spiega (senza giustificare) il suo comportamento problematico. Rochester in Jane Eyre e Heathcliff in Cime Tempestose sono i modelli principali: sono allo stesso tempo protagonisti amati e figure moralmente ambigue, la cui attrazione dipende proprio dalla tensione irrisolta tra simpatia e condanna.
Perché il villain gotico è spesso più interessante dell'eroe?
Il villain gotico è più interessante per diverse ragioni convergenti. Prima di tutto, incarna il sublime — quella categoria estetica di Burke che descrive l'esperienza del potente e del pericoloso, che affascina perché sopraffà. In secondo luogo, il villain gotico è quasi sempre dotato di eccesso di energia, intelligenza superiore e un segreto che motiva la narrazione. Infine, offre al lettore una liberazione vicaria: agisce i desideri proibiti — di potere, di sessualità, di vendetta — che la società comprime, permettendo al lettore di viverli in sicurezza attraverso la mediazione della narrativa.
Quali sono le caratteristiche tipiche del villain nel romanzo gotico?
Le caratteristiche ricorrenti del villain gotico includono: eccesso di energia e passione rispetto ai personaggi virtuosi; intelligenza superiore che gli permette di manipolare gli altri; un segreto oscuro che motiva la trama; un legame stretto con uno spazio architettonico (castello, villa, convento) che è estensione della sua psicologia; e spesso una storia o una colpa passata che spiega — senza giustificare — il suo comportamento. Il villain gotico abita quasi sempre una posizione di potere istituzionale (nobile, ecclesiastico, patriarca) che corrode dall'interno.
Qual è l'evoluzione del villain gotico dal Settecento a oggi?
Il villain gotico evolve in tre fasi principali. Nel Settecento è il tiranno feudale (Manfred di Walpole) o il religioso corrotto (Ambrosio di Lewis): figure di potere istituzionale che usano la propria autorità per fini criminali. Nell'Ottocento romantico diventa il Byronic hero (Rochester, Heathcliff): antieroe dalla storia oscura, moralmente ambiguo, attraente proprio per la sua complessità. Il Conte Dracula di Stoker (1897) sintetizza entrambe le tradizioni. Nel Novecento e Duemila, il villain gotico si trasforma nel villain psicologico contemporaneo (Hannibal Lecter) o nel villain complesso del fantasy, con una prospettiva propria e ragioni comprensibili.


