Il Graal di San Juan de la Pena

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Sul Monte Pano, nel versante spagnolo dei Pirenei a nord di Huesca, si trova ciò che rimane del monastero fortificato di San Juan de la Pena.
Questo luogo ameno in alta montagna era nel Medio Evo un grande centro spirituale dove si rendeva omaggio al Graal.

Il monastero è completamente circondato da un bosco ed è attaccato a una parete di roccia rossastra. Il fascino del luogo è da attribuire tra l’altro anche ad alcuni sepolcri: i sepolcri dei Cavalieri del Graal.

Tra l’VIII e il IX secolo in questo monastero i monaci avrebbero nascosto e celebrato il calice dell’Ultima Cena, prima che fosse portato nella cattedrale spagnola di Jaca nel 1063.

Il monastero di San Juan de la Pena

Ma in che modo il Graal arrivò sui Pirenei?

Il sacro Graal Dopo la crocifissione di Gesù il calice sarebbe giunto a Roma nelle mani dei papi.

Nell’anno 258, durante la persecuzione dei cristiani sotto l’imperatore Valeriano, papa Sisto II, che nutriva una simpatia verso lo Gnosticismo, avrebbe affidato il calice al suo diacono Lorenzo; San Lorenzo lo avrebbe poi portato a Huesca, nella sua casa in Spagna.

Nel 716 la città fu minacciata dagli Arabi e quando il vescovo di Huesca si rese conto che la preziosa reliquia era nuovamente in pericolo, la fece portare nello sperduto monastero di San Adrien de Sasave nella valle del Borau.

Qui i monaci la custodirono dal VIII al X secolo, finchè nel 1063 non approdò nella nuova residenza reale aragonese di Jaca.

Su un capitello della cattedrale di Jaca è descritto il martirio di papa Sisto II e di San Lorenzo; e poiché sono ritratti entrambi, sembra che esista realmente un nesso tra il calice e quella che una volta era la sede vescovile. Nel 1076 la sede vescovile fu trasferita da Jaca e Huesca a San Juan de la Pena e anche la coppa venne portata nel monastero scavato nella roccia.

Infine, nel 1437 la coppa giunse nella cattedrale di Valencia dove oggi è ammirata e venerata come il calice dell’Ultima Cena.

Il calice è splendidamente lavorato, intagliato in agata orientale di colore verde smeraldo, sulla cui superficie la luce si riflette di tutti i colori, fino al viola. Montato su un supporto d’oro con perle, smeraldi e rubini, poggia su un piede semisferico di onice. I due grandi manici dorati sotto il calice sono a forma di cuore.

Verso la fine degli anni Cinquanta le ricerche nel campo della storia dell’arte resero noto che una parte del calice (la coppa di agata) era originaria del Medio Oriente e databile tra il 400 a.C. e il I secolo d.C.

Il piedistallo invece, in origine un calice a sé stante di provenienza egiziana, venne saldato alla coppa nel X secolo.

Secondo il professore Antonio Beltran che analizzò la coppa nel 1960, il vero e proprio Graal, è la coppa in agata, scavata e levigata e originaria di una bottega siriana o palestinese del I secolo, presumibilmente di Antiochia, la ricca città reale.

La coppa, alta 7 cm e con un diametro di 9,5 cm, era troppo preziosa per appartenere ad una casa privata, dunque poteva essere di proprietà del Tempio, del re o di una comunità religiosa.

In determinate condizioni di luce, sul piedistallo applicato successivamente al Graal di San Juan de la Pena si può leggere un’iscrizione misteriosa sufica/araba: li – izahirati.

Gli studiosi che ne hanno indagato il significato l’hanno decifrata in “per colui che sanguina”.

L’orientalista Hans-Wilhelm Schaefer interpreta l’iscrizione in maniera diversa: “alabsit sillis”, una frase molto vicina a quella che appare nel “Parzival” di Wolfram von Eschenbach: lo scrittore infatti menziona una frase misteriosa relativa al Graal: Lapsit exilis cioè pietra delle stelle.

Ciò potrebbe significare che il Graal è stato portato sulla Terra dagli angeli.

L’analogia è comunque sorprendente.

Cortile del monastero di San Juan de la Pena

 

I cavalieri del Graal

cavalieri templari attorno al sacro graalPer difendere il Sacro Calice dai nemici, e dalla malvagità del mondo, alcuni giovani arrivarono a San Juan de la Pena per entrare nell’ordine dei cavalieri di San Giovanni gia dal IX secolo.

Il loro era un vero e proprio “battesimo di fuoco”: si immergevano in una piscina battesimale alimentata dall’acqua di una sorgente che sgorgava all’interno della stessa chiesa. Era la fase in cui il cavaliere si riuniva al divino.

Il loro motto erano le lettere INRI (Gesù nazareno, re dei Giudei) che venivano trasformate in “Igne natura renovatur integra” cioè “la natura si rinnova attraverso il fuoco”.

Dietro a ciò si nascondeva il mito della Fenice che rinasce continuamente dalle ceneri (la Fenice è un simbolo di Cristo che ha vinto la morte).

Nella parte superiore della nicchia di sepoltura dei cavalieri del Graal si trovano dei simboli ermetici: una stella a sei punte che per gli alchimisti simboleggia lo “spiritus mundi” e un monogramma “CRAO”.

La spiegazione tradizionale sarebbe “Christus est Alpha et Omega” ma letto circolarmente appare “ROSA X” cioè Rosacroce.

Capitello con cavalieri a San Juan de la Pena

Il Graal di San Juan de la Pena ultima modifica: 2017-01-11T22:22:23+00:00 da Stefano Torselli
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