E’ considerato un “cortese obbligo” inviare bigliettini di ringraziamento a tutti gli intervenuti al funerale vittoriano e rendere noto anche ai parenti e agli amici lontani (spesso residenti in America) il lutto che aveva appena colpito la famiglia con un’apposita “memorial card”.
E’ infatti considerato molto grave che congiunti lontani possano apprendere di un lutto da altre fonti (necrologi, amici, etc).
Nell’Inghilterra vittoriana è considerato sconveniente farsi vedere in società, agli eventi mondani e a teatro entro sei mesi da un lutto. Il divieto si estende ad un anno nel caso della morte di un parente stretto.
E’ sconsigliato anche ricevere o fare visite non preannunciate, soprattutto per le donne: le vere signore vittoriane lasciano la casa solo per andare a messa nel periodo di lutto stretto e inviano alle amiche bigliettini di invito, ma sempre listati a lutto, quando si sentono di voler/poter vedere qualcuno.
Ovviamente sarà buona norma degli invitati evitare accuratamente di toccare in conversazione l’argomento della recente perdita.

Le memorial card: litografia, orlo nero e iconografia funebre
Le memorial card vittoriane non erano semplici biglietti, ma piccoli capolavori di stampa tipografica destinati a perdurare in ogni casa come reliquia laica del defunto. Stampate su cartoncino avorio o grigio perla, recavano un rigoroso orlo nero la cui larghezza, codificata dall'etichetta, diminuiva col progredire del lutto: un bordo di dodici millimetri nei primi mesi, ridotto progressivamente fino a un filo sottile al ventiquattresimo mese. Il centro ospitava il nome del defunto, le date di nascita e morte, un versetto biblico o un'epigrafe poetica, e spesso un'incisione simbolica: salici piangenti, urne velate, angeli in volo, colombe recise o rose spezzate. Ogni famiglia facoltosa disponeva di stampatori di fiducia — a Londra i più celebri erano Mansell, De La Rue e Marcus Ward — che consegnavano le card entro ventiquattro ore dal decesso. Le memorial card viaggiavano poi per posta verso parenti lontani, attraversavano l'Atlantico piegate dentro lettere tracciate con inchiostro nero e si accumulavano negli album di famiglia, accanto alle fotografie post mortem di bambini vestiti a festa e adulti ricomposti nei loro abiti migliori.
Vedovanza e gradi del lutto: i ventisei mesi di Regina Vittoria
Il lutto della donna vittoriana era scandito in fasi precise, codificate dai manuali di galateo come The Queen e Cassell's Household Guide. La deep mourning o lutto stretto durava dodici mesi per la vedova: durante questo periodo si poteva indossare esclusivamente il crespo opaco, senza gioielli, guanti neri obbligatori e velo lungo fino alla vita sul cappello. Seguivano nove mesi di second mourning, in cui si ammettevano tessuti più leggeri e il jet nero come unico ornamento, e infine tre mesi di half mourning con introduzione graduale di grigio, malva e lavanda. Regina Vittoria, rimasta vedova del principe Alberto nel dicembre 1861, non uscì mai dal lutto stretto e vestì di nero fino alla propria morte nel 1901, imponendo al suo regno un'estetica funebre che divenne moda continentale. Le vedove della classe media emulavano la sovrana con zelo religioso, mentre chi rompeva l'etichetta — una visita a teatro prematura, un guanto di colore — rischiava l'ostracismo sociale immediato.
Hair jewelry e mourning rings: la memoria nel corpo
Fra gli oggetti più perturbanti del lutto vittoriano spiccano i mourning jewelry: anelli, spille, medaglioni e bracciali realizzati con i capelli del defunto intrecciati a mano o stampati su seta. L'usanza si diffuse capillarmente dopo il 1861, quando Regina Vittoria fece incastonare una ciocca di Alberto in un anello d'oro che non si tolse mai più: istantaneamente ogni donna borghese volle imitarla. Nacquero vere scuole di hairwork domestico in cui le vedove intrecciavano le ciocche in forme di palme, cuori, nodi d'amore; esistevano manuali illustrati come Art-Recreations del 1859 che insegnavano le tecniche. I gioielli più sofisticati combinavano l'onice, il jet (ambra nera di Whitby) e il capello sotto cristallo, spesso incisi con le parole In Memoriam o Not Lost But Gone Before. Accanto a questi oggetti proliferavano i ritratti post mortem — il defunto fotografato come se dormisse o, nei bambini, sostenuto da supporti nascosti — che ancora oggi costituiscono uno dei corpus iconografici più inquietanti e studiati dell'età vittoriana.
Dal lutto vittoriano all'estetica goth contemporanea
L'eredità del funerale vittoriano è vivissima nella cultura pop contemporanea. La sottocultura goth nata a fine anni Settanta ha recuperato consapevolmente l'iconografia del lutto ottocentesco: veli di pizzo nero, crespo, cammei con teschi, anelli in argento e onice, corsetti funerei, scarpe stringate vittoriane. Stilisti come Alexander McQueen, Vivienne Westwood e Olivier Theyskens hanno riportato in passerella l'eleganza macabra delle widow's weeds, mentre il cinema di Tim Burton e la letteratura di Anne Rice hanno riabilitato i riti postfunerali come linguaggio estetico. Anche l'artigianato romantico-funebre sta vivendo un revival: laboratori specializzati realizzano ancora oggi mourning rings con i capelli del defunto, e i cimiteri vittoriani come Highgate o il Monumentale di Milano sono mete irrinunciabili per chi voglia respirare quell'atmosfera. Non si tratta di nostalgia morbosa, ma della riscoperta di una cultura del lutto che sapeva dare forma e tempo al dolore, contro la rimozione della morte tipica della nostra epoca.


