I simboli della natura nell’arte gotica

Facebooktwittergoogle_pluspinterest

I simboli della natura nell’arte gotica sono un aspetto molto interessante nella storia dell’arte medioevale.

Lo Specchio della Natura di Vincenzo di Beauvais è il commento ai sette giorni della creazione. Gli esseri vengono studiati nell’ordine stesso in cui compaiono e nel quadro tracciato dalla Bibbia. grazie a lui Plinio, Eliano, Dioscoride, cantano la gloria del Dio della Genesi.

I padri greci e latini esposero l’insieme delle loro conoscenze dell’universo seguendo lo stesso procedere del Creatore; ogni giornata della creazione segnò uno dei capitoli dei loro libri. Ritroviamo lo Specchio della Natura scolpito, in succinto, sulla facciata della maggior parte delle cattedrali francesi. Chartres, Laon, Auxerre, Bourges, Lione ci fanno vedere l’opera dei sette giorni. Gli artisti sono sobri e concisi: a Chartres un leone, una pecora, una capra e una giovenca rappresentano tutti gli animali, mentre un fico e altri tre alberi di aspetto indefinito ricordano la diversità delle forme vegetali.

Alcuni ingenui particolari sono pieni di fascino: a Laon Dio, seduto, riflette a lungo prima di separare le tenebre della luce e conta sulle dita il numero dei giorni che gli serviranno per completare la sua opera. In alto riconosciamo la vigna, il cespuglio di lamponi carichi di frutti, e i lunghi getti del rosaio selvatico che si abbarbicano agli archivolti.
Uccelli cantano fra le fronde della quercia, altri stanno posati sui contrafforti; animali di paesi lontani, quali il leone, l’elefante, il cammello, e quelli indigeni, come la gallina, lo scoiattolo, il coniglio rallegrano lo zoccolo dei portali. E i mostri, appesi per le loro ali di pietra, abbaiano nelle volte.

iconografia gotica. le bestie

Il simbolismo Gotico

Il mondo si può definire «Un’idea di Dio realizzata dal Verbo». Se così è, ogni essere cela un pensiero divino, e il mondo è un libro immenso, scritto dalla mano di Dio, nel quale ogni essere è una parola piena di significato. La scienza non consiste nello studiare le cose per se stesse, ma nel penetrare gli insegnamenti che Dio ha posto in esse per noi. Ugo di San Vittore guarda una colomba e pensa alla Chiesa. «La colomba, dice, ha due ali così come per il cristiano ci sono due tipi di vita, quella attiva e quella contemplativa. Le bianche piume delle ali indicano i pensieri celesti; le sfumature del resto del corpo, quei colori cangianti che fanno pensare a un mare in burrasca, rappresentano l’oceano delle passioni umane, nel quale naviga la Chiesa.
Perché la colomba ha gli occhi di bel giallo oro? Perché il giallo, colore dei frutti maturi, è il colore stesso dell’esperienza e della maturità. Gli occhi gialli della colomba corrispondono allo sguardo pieno di saggezza che la Chiesa volge al futuro.

E infine la colomba ha le zampette rosse, poiché la Chiesa procede attraverso il mondo, con i piedi bagnati dal sangue dei martiri.»
Nel mondo tutto è simbolo: il sole, le costellazioni, la luce, la notte, le stagioni ci parlano con linguaggio solenne. In inverno, quando i giorni si accorciano malinconicamente, l’uomo del Medioevo pensa ai lunghi secoli crepuscolari che precedettero la venuta di Cristo, e capisce che la luce e le tenebre hanno entrambe una parte nella commedia divina. E chiama queste settimane di dicembre le settimane dell’Avvento. Il Figlio di Dio nasce nel solstizio d’inverno, quando la luce ricompare e dilaga nel mondo. La primavera che rinnova il mondo raffigura il battesimo che all’inizio della vita rinnova l’uomo; l’estate è una figura i cui brucianti ardori e la cui luce fanno pensare alla luminosità di un altro mondo, all’irraggiarsi della carità nella vita eterna. L’autunno, stagione di raccolti e di vendemmie, è il temibile simbolo del Giudizio universale, il grande giorno nel quale raccoglieremo ciò che avremo seminato. L’inverno infine è l’ombra della morte che attende l’uomo e il mondo.

Nelle Scritture il mondo materiale è una costante prefigurazione di quello morale: ogni parola di Dio contiene il visibile e l’invisibile. I fiori, il cui profumo provoca il mancamento dell’amante nel Cantico dei Cantici, le pietre preziose che ornano il razionale del grande sacerdote, gli animali del deserto che passano davanti a Giobbe sono al contempo realtà e simboli.
Il ginepro, il terebinto, le bianche cime del Libano sono tutti pensieri; interpretare la Bibbia significa capire l’armonia che Dio ha stabilito fra l’anima e l’universo; e avere la chiave delle Scritture vuoi dire avere la chiave dell’universo.

I bestiari medioevali

Così il mondo appare agli uomini del Medioevo come un libro a doppia lettura, che si decifra per mezzo della Bibbia.
Di tutte le opere simboliche dedicate alla natura, i Bestiari sono certamente le più interessanti; vi troviamo insieme le favole che Ctesia, Plinio e Eliano raccolsero sugli animali, e i commentari mistici aggiunti dai primi cristiani.

Il Bestiario per simboli, il famoso Physiologus, il cui testo originale è andato perduto, risale alle origini stesse del cristianesimo, probabilmente al secondo secolo antichi testi greci, armeni e latini testimoniano che esso si diffuse in tutto il mondo cristiano.

animali e bestie nell'arte gotica

Il Medioevo ha fatto suo il vecchio Physiologus orientale, inserendolo nelle sue concezioni cosmogoniche, nella sua esegesi religiosa, persino nei sogni d’amore, fino a farlo diventare un elemento sostanziale. Gli antichi avevano detto che l’elefante è il più frigido fra gli animali, e che non poteva unirsi alla femmina se prima non aveva mangiato della mandragola: la femmina, affermavano, coglieva essa stessa la pianta all’alba e la offriva al maschio. L’autore cristiano si impadronisce del racconto che aveva solleticato la curiosità divertita dei pagani, e ne rivela il significato recondito. L’elefante e la sua femmina sono il simbolo di Adamo e di Eva nel Paradiso Terrestre; la mandragola è il frutto che la donna offrì all’uomo; una volta mangiato questo Adamo, che fino allora non aveva conosciuto il desiderio della carne, conobbe Eva, e generò Caino. In tal modo Dio volle che la vicenda della caduta restasse circoscritta sulla terra, e che la si potesse rintracciare anche nell’abitudini degli animali.

L’autore del Physiologus, chiunque egli sia, attinse largamente alla farina del suo sacco: non si rifaceva quasi mai al simbolismo fondato sulla Bibbia poiché gli animali che nomina nel Physiologus sono sempre mostri di fantasia, come il grifone, la fenice, il liocorno, o animali dell’India, che l’Antico Testamento non conosceva. Sono dunque parto di fantasia le interpretazioni morali che accompagnano le sue descrizioni degli animali.

I quattro animali che fiancheggiano l’immagine di Cristo sui portali di tante chiese costituiscono una prima categoria iconografica il cui significato simbolico non lascia margine di dubbio. Molto diffuso già in epoca romanica, il motivo dei quattro animali—uomo, aquila, leone e bue—diventa più raro nel XIII secolo; ma lo si incontra ancora. Fin dai primi secoli del cristianesimo si è accettato che l’uomo, l’aquila, il leone e il bue, intravisti dapprima da Ezechiele vicino al fiume Chobar, e veduti poi da san Giovanni intorno al trono di Dio, rappresentassero i quattro evangelisti. Nel XII secolo era un dato accettato che i quattro animali avessero tre significati: si ammetteva che essi simboleggiassero contemporaneamente Gesù Cristo, gli evangelisti e le virtù degli
eletti.

animali e e bestie nell'immaginario medioevale

I simboli della natura nell’arte gotica ultima modifica: 2017-01-13T11:13:56+00:00 da Stefano Torselli
Facebooktwittergoogle_pluspinterest

commenta