La storia profana, la rappresentazione nell’arte

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Il profano nell’arte medioevale

La storia profana nell’arte medioevale è poco rappresentata e rare sono le sue tracce.

La cattedrale è la città di Dio: i giusti e tutti coloro che dall’inizio del mondo hanno operato per edificarla, vi trovano il loro posto; ma tutti coloro che sono dall’altra parte, qualunque sia stato il ruolo da loro svolto nel mondo, sono assenti.
Non c’è posto per Alessandro né per Cesare. Gli stessi re cristiani compaiono raramente. Solo quelli che lavorarono per il regno di Cristo hanno l’onore di essere raffigurati: Clodoveo, Carlo Magno, o san Luigi. In tal modo la storia profana, anche quando per caso figura nelle vetrate del XIII secolo, merita sempre la denominazione di storia sacra.

Le tracce lasciate dall’antichità nelle nostre cattedrali sono molto tenui. Nonostante nel medioevo la storia della Grecia e di Roma fosse nota nelle sue linee generali, nonostante i principali autori latini – Virgilio, Orazio, Lucano, Cicerone, Seneca, Ovidio – fossero letti e goduti, tuttavia solo la cattedrale di Chartres ci presenta alcuni dei grandi uomini dell’antichità: Cicerone scolpito ai piedi della Retorica, Aristotele sotto la Logica, Pitagora sotto l’Aritmetica, e Tolomeo sotto l’Astronomia.

iconografia profana nell'arte gotica

Il profano nell’arte bizantina

L’arte bizantina è molto più ospitale con i grandi del mondo antico. In Oriente è tradizione dipingere nelle chiese coloro fra i pagani che avevano parlato meglio di Dio, quelli le cui opere potevano considerarsi come una «preparazione evangelica». Il Manuale del Monte Athos invita il pittore a raffigurare, dopo i profeti, Solone, Platone, Tucidide, Plutarco e Sofocle. Ognuno di essi srotola un filattere sul quale si legge una sentenza che si riferisce al Dio sconosciuto. Platone: «L’antico è il nuovo, e il nuovo è l’antico. Il padre è nel figlio e il figlio nel padre: l’unità è divisa in tre e la trinità è riunita in unità.» Aristotele: «La generazione di Dio è infaticabile per natura, poiché il verbo stesso riceve da lui la sua essenza». Sofocle: «Esiste un dio eterno; semplice per sua natura, ha creato il cielo e la terra.» L’Oriente preannuncia così il genio aperto e umano del Rinascimento: Raffaello riconcilierà l’antica Filosofia con il Cristianesimo e di fronte alla Disputa del Santo Sacramento
dipingerà fa Scuola di Atene.

La sibilla, voce del mondo antico

inconografia profana nell'arte medioevaleTuttavia l’antichità è presente, e molto nobilmente, anche nella cattedrale del XIII secolo. In molte delle nostre chiese vediamo la sibilla pagana, che nel medioevo è un simbolo di profondo significato. Essa è la voce del mondo antico: tutta l’antichità parla attraverso la sua bocca e attesta che anche i Gentili hanno intravisto Gesù Cristo. Mentre i profeti annunciavano il Messia ai Giudei, la sibilla prometteva ai pagani un Salvatore: i due mondi erano travagliati dalla stessa aspirazione. Il verbo della sibilla velava dunque tutta la saggezza dei filosofi, ed essa era la sola che meritasse di rappresentare il mondo pagano, poiché essa sola aveva inequivocabilmente annunciato il Salvatore chiamandolo con il suo nome. Ancora oggi possiamo vedere l’antica profetessa a Laon e ad Auxerre; forse sarà stata scolpita nel portale di tutte le nostre cattedrali, ma il tempo ha cancellato il suo nome dai filatteri, e oggi non siamo più in grado d’identificarla.Il XIII secolo conosceva fino a dieci sibille.
Vincenzo di Beauvais assegna a queste profetesse pagane i seguenti nomi: Persica, Libica, Delfica, Cimmeria, Eritrea, Samia, Cumana, Ellesponzia, Tiburtina. Ma la sibilla Eritrea, dice sempre Vincenzo di Beauvais, “fu la più famosa e la più illustre di tutte”. Essa profetava sin dal tempo della fondazione di Roma. La sua celebrità deriva da un passo della Città di Dio, nel quale sant’Agostino le attribuisce i famosi versi acrostici sul giudizio universale. In questo poema sulla fine del mondo le prime lettere dei cinque versi formano il nome del Dio Salvatore.
Da allora la sibilla Eritrea fu considerata la più grande fra tutte le sibille, la più divinamente ispirata. E di essa che si parla nel Dies irae poiché il suo nome è associato alla catastrofe suprema:

Dies irae, dies illa
Solvet saeclum in favilla
Teste David cum sibylla.

La sibilla di Auxerre e quella di Laon rappresentano veramente la sibilla Eritrea? Per quella di Auxerre possiamo supporlo, visto che accanto alla sibilla si nota la testa di un sovrano che sembra essere re Davide. Lo scultore avrebbe dunque voluto tradurre visivamente un verso del Dies irae.
Ma a Laon abbiamo la certezza. La figura di Laon, che si vede in un archivolto del portale di sinistra della facciata, non era mai stata identificata sotto il suo vero nome: l’abate Bouxin, nella sua descrizione della cattedrale di Laon, la identifica come «la Legge divina». Ma egli legge male l’iscrizione che interpreta con «aeterna per saecla futura», e che traduce «essa (la legge divina) resterà per i secoli eterni». In verità bisogna leggere: «(adveni) et per saecla futurus». Si tratta della fine del secondo verso del poema acrostico che sant’Agostino attribuisce alla sibilla Eritrea.

Il pezzo inizia nel seguente modo:
Judicii signum: tellus sudore madescet,
E coelo rex adveniet per sec/a futurus
Scilicet in carne praesens ut judicet orbem.

Non possono esserci dubbi: la figura del portale di Laon raffigura la sibilla per eccellenza, la sibilla Eritrea.

La ricerca di Cristo nelle opere pagane

Il mondo antico è dunque presente nelle nostre cattedrali solo con la misteriosa figura della sibilla.
Tuttavia nelle menti del XIII secolo avviene uno strano processo: i libri degli antichi cominciano a sembrare ai letterati del tempo come una oscura rivelazione, dalla quale la verità traspare a tratti. Le Metamorfosi di Ovidio, in particolare, vengono interpretate con quel metodo del simbolo che si usava di solito per la Bibbia, e vi si scoprono i medesimi insegnamenti. La favola pagana è
ai loro occhi una specie di rivelazione speciale che Dio aveva fatto ai Gentili, e nella quale aveva tracciato per sommi capi la storia della Caduta e della Redenzione. Nella vasta trama dell’opera di Ovidio, tra i fili del canovaccio, i cristiani scelgono le figure di Cristo e della Vergine, che il poeta inconsciamente aveva schizzato.
Così Esculapio, che morì per aver resuscitato dei morti, è una figurazione di Cristo. Giove, mutatosi in un toro, e portando sulla schiena Europa, è anche lui il Cristo, il bue del sacrificio che ha accettato il peso di tutti i peccati del mondo. Teseo, che abbandona Arianna per Fedra, prefigura la scelta che Cristo farà fra la Sinagoga e la Chiesa. Teti, che porta al figliolo Achille le armi con le quali trionferà su Ettore, altri non è che la Vergine Maria che donerà un corpo al Figlio di Dio, o, come dicono i teologi, gli darà l’umanità di cui si dovrà rivestire per vincere il nemico.
La raffigurazione del sovrano Nelle cattedrali, dunque, i soggetti in cui possiamo a colpo sicuro identificare qualche personaggio della nostra storia non sono molto frequenti. La religiosità dei sovrani, il loro rispetto per la casa di Dio spiegano l’esiguità delle loro rappresentazioni: essi non volevano essere collocati sopra alla testa dei fedeli, accanto ai profeti, agli apostoli e ai martiri. Nella pala d’altare d’oro di sant’Enrico al Museo di Clun (XI secolo) l’imperatore e sua moglie, così piccoli che non li si nota a prima vista, stanno prosternati davanti a Gesù, osando appena baciargli i piedi. Nelle vetrate i sovrani, i baroni, i vescovi occupano, insieme ai donatori, un posto assai modesto; generalmente sono umilmente inginocchiati ai piedi di Cristo, della Vergine o dei santi.

Durante il secolo successivo, se la pietà non diminuisce, l’orgoglio dei sovrani aumenta; verso il 1375 Carlo V, il delfino Carlo VI, Jean Bureau, signore de La Rivière consigliere del re, il duca Luigi d’Orléans e il cardinale La Grange sono raffigurati sui contrafforti della torre settentrionale di Amiens accanto alla Vergine e a san Giovanni Battista, e nelle medesime loro proporzioni. Una simile familiarità sarebbe sembrata scandalosa a un san Luigi, ma nel 1375 siamo ormai al limite estremo del Medioevo.

Da quanto detto si può concludere che nel XIII secolo, nella grande epoca dell’arte religiosa, i re, i baroni o i vescovi figurano in genere nella cattedrale solo in veste dì donatori e sempre in atteggiamenti tali che consentono di non confonderli con gli eletti.

La raffigurazione della storia di Francia

Ma se il ritratto dei sovrani appare raramente nella cattedrale, che ne è delle loro vittorie che talvolta salvarono la Chiesa? Nell’edificio nazionale per eccellenza, non vediamo anche qualche capitolo della storia di Francia?
Ne possiamo individuare tre: il battesimo di Clodoveo, le gesta di Carlo Magno e le vittorie delle prime crociate. Per un francese del XIII secolo, questi episodi condensavano tutta la storia della Francia. Nel giorno del battesimo di Clodoveo tutta la stirpe reale e la Francia parvero essere battezzate; è l’inizio dell’era cristiana in territorio francese. Anni dopo, Carlo Magno dà per la prima volta alla Gallia il perfetto modello di un re cristiano; ponendo la sua spada al servizio della fede, realizza il sogno della Chiesa.
Goffredo di Buglione e le prime crociate continuano l’opera del grande imperatore. I cambiamenti di dinastie, i movimenti popolari, le lotte del feudalesimo non significano nulla per la Chiesa; essa cerca soltanto Dio nella storia.

Il battesimo di Clodoveo

Sulla facciata di Reims, sotto al rosone, sette grandi statue riparate in sette nicchie rappresentano Clodoveo, san Remigio, la regina Clotilde e quattro dignitari laici o ecclesiastici. Il re barbaro, ignudo, è immerso fino alla cintola nel fonte battesimale; san Remigio allunga la mano per ricevere la santa ampolla portatagli da una colomba. Le statue del sovrano e del vescovo occupano il centro della facciata e si impongono all’attenzione appena uno alzi gli occhi. chiaro che sono destinate a ricordare alle più remote generazioni che la Francia è diventata cristiana nella persona del suo re per un miracolo di Dio.

Le gesta di Carlo Magno

carlo magno nell'iconografia medioevaleLa storia, o piuttosto la leggenda di Carlo Magno, è invece narrata a Chartres e occupa una vetrata donata dai pellicciai. Questa famosa opera viene realizzata grazie al contributo di tre fonti: la Storia del viaggio di Carlo Magno in Oriente, la Cronaca dello pseudo Turpino e la Vita di sant’Egidio.
La prima è opera di un monaco di Saint-Denis che la scrisse all’inizio del XII secolo, verso il 1124. Ci narra una spedizione di Carlo Magno in Terra Santa: l’imperatore di Costantinopoli, per ricompensare l’imperatore dei Franchi di aver liberato il Santo Sepolcro, gli dona la corona di spine.
La Cronaca dello pseudo Turpino fu composta fra il 1140 e il 1150. Essa narra le lotte di Carlo Magno contro gli infedeli di Spagna e mostra il grande imperatore come il primo fra i pellegrini di Compostela. Accolta con molto favore dalla Chiesa, la Cronaca fu considerata opera autentica dal vecchio arcivescovo di Reims.
La Vita di sant’Egidio ci ha dato solo un elemento della leggenda di Carlo Magno, raccontando la storia di un terribile peccato che l’imperatore non vuole rivelare, e che Dio rende miracolosamente noto al santo eremita. La vetrata di Chartres è stata composta sulla scorta di queste tre opere originali, ed è logico supporre che le diverse composizioni siano state riunite in un’opera unica in possesso dei monaci di Chartres. Si tratta dell’opera più importante che il Medioevo ha dedicato a Carlo Magno.

La storia profana, la rappresentazione nell’arte ultima modifica: 2017-01-12T16:54:39+00:00 da Stefano Torselli
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