Le arti liberali nel medioevo

Le arti liberali nel medioevo sono ben rappresentate nelle cattedrali gotiche. Dai lavori manuali l’uomo si innalza alla scienza; il sapere, dissipando l’errore, ci riscatta in parte dal peccato originale. Le sette arti aprono sette vie (trivium e quadrivium) all’attività umana: nella grammatica, la retorica e la dialettica da un lato, nella geometria, l’aritmetica, l’astronomia e la musica dall’altro, è compreso tutto il sapere che l’uomo può acquisire al di fuori della rivelazione.

le arti liberali nell'iconografia gotica

Al di sopra delle sette arti si erge la filosofia che ne è la madre: la filosofia e le sette arti rappresentano lo sforzo supremo dell’intelligenza umana; oltre comincia l’opera di Dio.

I nostri artisti del XIII secolo, tesi ad abbracciare l’intero dominio dell’attività umana, scolpirono queste otto muse del Medioevo sulle facciate delle cattedrali; esse ci appaiono generalmente sotto l’aspetto di giovani donne, severe e maestose come regine. Tengono in mano attributi diversi, eloquenti certamente per i contemporanei, ma oscuri per noi.
La divisione delle scienze in trivium e in quadrivium è stata escogitata dagli antichi; ma fu alla fine del mondo antico, quando i barbari minacciavano di far sparire gli ultimi resti della civiltà, che alcuni spiriti colti si sforzarono di salvare le scienze strutturandole in discipline più ridotte. Boezio scrisse alcuni capitoli del quadrivium: il suo De institutione aritbmetica in due volumi, il
De musica, in cinque volumi, l’Ars geometrica consegnarono al Medioevo alcuni miseri frammenti della scienza greca. Contemporaneamente Cassiodoro, nel suo De artibus ac disciplinis liberalium litterarum, redasse un manuale completo delle sette arti.
La sua opera era destinata ai monaci di Vivarium, ai quali si sforza di dimostrare che le sette arti sono indispensabili alla comprensione delle Scritture. Poiché, dice, Mosè possedeva nella sua pienezza la conoscenza delle sette arti, e i pagani non hanno fatto che sottrargli dei lembi del suo sapere.

Iconografia delle arti: il testo di Marziano Capella

Le strutture nelle quali si accampò il Medioevo furono tracciate sul finire dell’antichità, e le opere sopra citate furono dei classici nel XII e XIII secolo; ma ce n’é uno che, nelle scuole, ebbe fama maggiore di tutti gli altri: è il famoso trattato delle sette arti che Marziano Capella pubblicò sotto il falso titolo di Nozze di Mercurio e della Filologia. Marziano Capella, grammatico africano del V secolo, ebbe la pretesa di rallegrare l’austerità della scienza con le divagazioni della fantasia.
Il suo manuale inizia come un romanzo: egli immagina che Mercurio, deciso finalmente a prendere moglie, chieda la mano alla Filologia. Il giorno delle nozze, la giovane sposa si presenta con il suo corteo composto dalle sette scienze del trivium e del quadrivium. Ognuna delle paraninfe avanza e pronuncia in presenza del dio un lungo discorso che è il trattato completo della scienza che essa rappresenta. Incontriamo qui, per la prima volta, le scienze personificate. Le bizzarre figure nate dall’immaginazione africana di Marziano Capella si imposero nello Spirito medievale più tirannicamente delle più pure creazioni dei maestri, e sopravvissero fino alla «Rinascita» della possente vita dell’arte. Un oscuro retore africano è riuscito a fare ciò che pochi uomini
di genio hanno saputo realizzare: ha creato una tipologia.
Le più antiche raffigurazioni delle Arti liberali si trovano sulla facciata di Chartres e di Laon. Per tutto il XII secolo le scuole di Chartres furono il santuario della tradizione e il presidio della cultura antica. La scuola di Laon fu quasi altrettanto famosa quanto quella di Chartres; ebbe due maestri che per quasi mezzo secolo ne fecero la prima scuola della cristianità: Rodolfo e soprattutto Anselmo di Laon.
Esaminiamo ora ognuna delle raffigurazioni delle Arti liberali, così come esse si presentano a noi nelle cattedrali, e vediamo in qual misura gli artisti hanno tratto ispirazione dal testo di Marziano Capella.

lo studio e la cultura nel medioevo

La raffigurazione delle arti liberali

La Grammatica è veramente la venerabile matrona dal lungo mantello, che Marziano descrive, ma di tutti gli attributi che il retore antico le conferisce, gli artisti ne hanno considerato uno solo: la ferula. E fecero molto bene. E’ evidente che la borsa del medico, lo scalpello, la lima con le otto divisioni non offrivano sufficiente materia di ispirazione. Con perfetto buon senso gli scultori e i pittori, più decisi dei poeti, alleggerirono le scienze di Marziano Capella dei loro addobbi troppo sontuosi, conservando solo l’essenziale. Desiderando sottolineare il carattere elementare dell’insegnamento dato dalla Grammatica, gli scultori e i pittori hanno raffigurato ai suoi piedi due fanciulli, il capo chino sui libri.
La Dialettica ha il serpente, e per questo attributo la si riconosce subito. Qui le eccezioni sono rare e una sola merita di essere segnalata: nel portale vecchio di Chartres, la Dialettica ha uno scorpione. Sia l’una che l’altra tradizione si perpetuarono nell’arte fino al XV secolo; e l’artista sconosciuto che dipinse le Arti liberali nella sala capitolare di Puy e Sandro Botticelli, nell’affresco di villa Lemmi, posero in mano alla Dialettica uno scorpione.
La Retorica viene concepita in modo molto semplice; mai, salvo in un manoscritto del XIII secolo, essa porta il casco, la lancia e lo scudo. Forse la Retorica di Laon, il cui braccio destro è stato spezzato, reggeva una spada; tuttavia è più probabile che si trattasse di un gesto oratorio. E infatti in questo atteggiamento che si mostra sovente, salvo quando, come nel rosone di Laon, scrive sulle sue tavolette.
L’Aritmetica non poteva essere raffigurata che con quel fascio di raggi luminosi che si dipartono dalla fronte moltiplicandosi all’infinito. Un altro elemento della descrizione di Marziano Capella colpì l’attenzione degli artisti: egli segnala fra le singolarità che la caratterizzano la straordinaria agilità delle sue dita. Per questa ragione, nel rosone della vetrata di Auxerre e nel portale della cattedrale di Friburgo, l’Aritmetica è raffigurata con le braccia tese, le mani aperte e le dita in movimento. A Laon un atteggiamento simile dovette sembrare incomprensibile all’artista e per questa ragione egli pensò di metterle fra le dita le palline dell’abaco, intendendo dire molto chiaramente che l’Aritmetica sulle sue dita riesce a fare i calcoli più complicati. A Laon l’Aritmetica è raffigurata due volte in questo modo: nel portale occidentale e nella vetrata del rosone settentrionale. Pochi artisti furono altrettanto ingegnosi dello scultore e del pittore di Laon nel tradurre visivamente questi testi; altrove gli artisti si limitarono a rappresentare un personaggio seduto davanti a un listello sul quale scorrono le palline, o davanti a una tavola coperta di numeri.
La Geometria ha, in Marziano Capella, attributi inequivocabili: un tavolo sul quale traccia delle figure, un compasso o un righello graduato, a seconda del significato che si dà alla parola radius, e una sfera. Tali attributi, eccezion fatta per la sfera che avrebbe potuto far confondere la geometria con l’astronomia, si ritrovano in quasi tutte le nostre cattedrali. A Sens e a Chartres il compasso è rotto, e rimane solo la tavoletta sulla quale la Geometria traccia i suoi disegni geometrici; ma sulla facciata di Laon la figurazione della Geometria è completa. Ovunque il termine radius viene interpretato nel senso di compasso; eppure, come per voler conciliare le due interpretazioni, si mettono talvolta alla Geometria in una mano un compasso e nell’altra un regolo. Così è nella vetrata di Auxerre, nel portale di Friburgo e in alcuni manoscritti.
L’Astronomia ha perduto lo splendore di cui l’aveva rivestita Marziano Capella: ha perduto l’aureola luminosa, le ali d’oro e di diamanti, le è rimasto solo quello strumento a forma di gomito, cubitalem mensuram, che le serve per misurare l’altezza delle stelle, e talvolta il libro fatto di metalli diversi, ad immagine delle zone climatiche. A Sens, a Laon, a Rouen, a Friburgo, l’Astronomia alza verso il cielo un disco generalmente inciso con un tratto tratteggiato; nella vetrata di Auxerre, essa tiene un libro.

La Musica è la sola fra tutte le personificazioni immaginate da Marziano Capella che non abbia conservato neppure uno dei tratti che la identificano nell’originale. La pagana Harmonia, che avanza alla testa di un corteo di poeti e di dei suonando uno strumento sconosciuto, è stata sostituita da una donna seduta che batte  con dei martelli su tre o quattro campane. Per tutto il Medioevo la Musica non ebbe mai altri attributi; nei Salteri del XIII secolo, per ricordare che re Davide fu il più grande dei musici e quasi la incarnazione della Musica, i miniatori lo rappresentavano mentre batteva con due martelli su due campane sospese davanti a lui.
Ritroviamo qui la traccia di una leggenda molto diffusa nel Medioevo sulle origini della musica. Vincenzo di Beauvais riferisce, secondo Pierre Comestor, che Tubal, discendente di Caino, inventò la musica percuotendo dei corpi sonori con martelli di peso diverso: «I Greci, aggiunge, hanno fantasiosamente attribuito a Pitagora questa invenzione».
Nessuna meraviglia che i martelli messi dagli artisti del Medioevo in mano alla Musica volessero ricordare questa origine.

 la musica nell'arte gotica

La Filosofia, madre delle arti

Finora abbiamo parlato delle sette scienze del trivium e del quadrivium, ma ve ne è una ottava che domina tutte le altre: la Filosofia. La sua rappresentazione a Sens e a Laon si distingue, a Laon soprattutto, per degli attributi alquanto singolari. Nella sua Consolatio Philosophiae, Boezio ci narra che era in prigione e che, mentre pensava al suo triste destino, vide apparire improvvisamente una donna, che così descrive: «I tratti del volto ispiravano il più profondo rispetto; nel suo sguardo era una grande luce, e lo si sentiva penetrare oltre i portali; aveva i colori della vita e della giovinezza, benché fosse chiaro che era carica di anni e che la sua età non poteva misurarsi come la nostra. Quanto alla figura, non era possibile farsene un’idea precisa, dato che talvolta riduceva la statura alle proporzioni umane, e talaltra il sommo della testa sembrava toccare il cielo, e talaltra ancora la sua testa stessa pareva perforare il cielo e sparire agli sguardi curiosi degli uomini. Le sue vesti, tessute con grande perizia, erano fatte di fili sottili e incorruttibili; essa mi disse poi che le aveva tessute di sua mano; ma il tempo, che appanna ogni opera d’arte, ne aveva spento i colori e offuscato la bellezza. Sulla frangia inferiore era tessuta la lettera greca N, e sul bordo superiore la lettera O. Per passare da una all’altra c’era una serie di gradini che formavano una scala e conducevano dagli elementi inferiori a quelli superiori. Si vedeva che queste vesti erano state lacerate violentemente da mani che avevano strappato tutto ciò che avevano potuto. Nella mano destra teneva dei libri e con la sinistra uno scettro».
Questa donna che Boezio ci descrive con tanta ingegnosa fantasia, altri non è che la Filosofia che lo viene a consolare nella sua prigionia.

La Medicina

Alla figurazione delle sette Arti e della Filosofia, nel corso del XIII secolo, se ne aggiungono delle altre; era il momento in cui si voleva conoscere e capire ogni cosa; le Università raggruppavano tutto lo scibile umano, e i grandi libri del XIII secolo assumevano naturalmente la struttura di enciclopedie. Il Medioevo credette di aver raggiunto i limiti estremi del sapere e che il suo sforzo dovesse concentrarsi nel coordinarlo. Per questa ragione nelle cattedrali del XIII secolo, nuove discipline stettero accanto alle sette vergini del trivium e dei quadrivium. La Medicina fa la sua comparsa a a Laon, ad Auxerre. A Reims, per mezzo di una boccetta trasparente, sollevata all’altezza dell’occhio, esamina l’urina dei malato.
Le scienze occulte Perfino le scienze occulte, astrologia e alchimia, che a quei tempi si libravano veramente ai confini fra la scienza vera e il sogno, hanno anch’esse il loro posto nella cattedrale. A Chartres, nei portico settentrionale, un personaggio di nome «Magus» raffigura le ricerche ermetiche. Sostiene nella mano una banderuola che forse in altri tempi fu coperta di segni cabalistici e ha ai suoi piedi il drago alato, il cui nome torna così sovente nelle formule di alchimia.
Artisti e artigiani Le arti, che in quel tempo conoscevano un impulso grandioso, non sono certo dimenticate: l’Architettura è raffigurata nel portale nord di Chartres, con l’aspetto di un uomo che tiene il regolo e il compasso. Un pittore, con la tavolozza in mano, le è accanto in piedi.
Nello stesso portale di Chartres le arti meccaniche e i mestieri accompagnano le scienze, come nello Speculum Doctrinale di Vincenzo di Beauvais; per la metallurgia c’è Tubai che picchia sull’incudine; l’agricultura ha Adamo che zappa e Caino che spinge l’aratro; per l’allevamento del bestiame, abbiamo Abele che pascola i suoi armenti.
Sentiamo qui lo sforzo per allargare il cerchio alquanto angusto del trivium e del quadrivium, il desiderio di spalancare le porte a ogni tipo di conoscenza, di erudizione, di arte.

Instabilità del mondo: la ruota della fortuna

Il lavoro in ogni sua forma merita dunque di essere rispettato: questo è l’insegnamento che ci viene dalla cattedrale. Ma non basta: essa ci insegna che dal lavoro ognuno di noi non deve aspettarsi la ricchezza, né dalla scienza la gloria; lavoro e scienza sono gli strumenti per la nostra perfezione interiore e nulla più. I benefìci effimeri che la nostra attività potrebbe procurarci sono troppo labili per essere tenuti in considerazione.
Nella cattedrale di Amiens una strana figura illustra questa verità morale; nella parte superiore del portale meridionale, si scorge una specie di semiruota, intorno alla quale sono scaglionati diciassette personaggi; Otto sembrano salire con la ruota, e otto sembrano discendere con essa; in cima sta un uomo seduto, la corona sul capo, lo scettro in mano, unico personaggio immobile, mentre tutto ciò che gli sta intorno è in movimento. Accanto al personaggio che pare salire lungo l’arco della ruota, si legge: regnabo; accanto a quello che troneggia in alto è scritto: regno; accanto a quelli che discendono dall’altro lato: regnavi et sum sine regno. Si tratta dunque di potere, di ricchezza, di gloria, di tutti i trionfi della carne. La ruota sta a significare l’instabilità di ogni cosa.
È così che ce la dipinge Onorio d’Autun: «I filosofi, scrive, ci parlano di una donna legata a una ruota che gira in continuazione e ci dicono che il suo capo si alza e si abbassa alternativamente. Che cosa è questa ruota? E la gloria del mondo che viene trascinata in un moto perpetuo. La donna legata alla ruota è la Fortuna, il suo capo si alza e si abbassa alternativamente, perché coloro che la potenza e la ricchezza avevano innalzato vengono sovente precipitati nella povertà e nella miseria».

la ruota della fortuna nell'iconografia gotica

Le arti liberali nel medioevo ultima modifica: 2017-01-12T16:39:07+00:00 da Stefano Torselli

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