Castello di Otranto

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Il castello di otranto Romanzo“Mi svegliai una mattina all’inizio del giugno scorso da un sogno del quale tutto ciò che riuscivo a ricordare era che mi pareva di trovarmi in un antico castello (un sogno molto naturale per una testa piena come la mia di storie gotiche), e che sulla balaustra sovrastante il grande scalone io vedevo una gigantesca mano in un armatura…”

Così scriveva Horace Walpole al suo amico W. Cole, in una lettera del 9 marzo 1765, dichiarando che l’idea per “Il castello di Otranto” era nata in seguito a questo incubo.

Ma fu soprattutto l’opera di Piranesi la grande fonte di ispirazione per questo romanzo:l’immane elmetto che schiaccia il giovane Corrado alla vigilia delle sue nozze è lo stesso che si ritrova in alcune tavole dell’artista; Del resto Walpole definiva le opere di Piranesi “sogni sublimi”, affascinato come era dal senso di vertigine angosciosamente onirico che questi disegni ispiravano. La descrizione del castello con i suoi sotterranei e passaggi segreti è un chiaro omaggio alle “Carceri”.

La prima e la seconda edizione del romanzo, Il castello di Otranto,  apparvero a Londra nel 1764 e nel 1765, e da subito il libro ebbe un enorme successo; si dice abbia avuto più di 115 edizioni dal giorno della sua prima apparizione. Nel 1781 fu portato sulle scene nella versione di Robert Jephson con il titolo di “Conte di Narbonne”

Si trattava della prima e più importante manifestazione del revival del romance sul finire del Settecento, cioè di quelle più antiche tradizioni di letteratura in prosa, solo apparentemente soppiantate dall’avvento del romanzo; Walpole stesso parlando del suo libro sosteneva: “Il mio è stato un tentativo di mescolare i due generi di romanzo, l’antico e il moderno.”

Tuttavia se veramente il Castello di Otranto era inteso come una combinazione di fantasia e realismo, è la fantasia a risaltare e ad avere la meglio.

Il romanzo è stato definito “una favola leggera ed ariosa piuttosto che un incubo”; un giudizio che si può condividere con molte riserve e che non sembra tener conto delle profonde inquietudini e simbologie nascoste in esso. Più o meno ambientato nel XII secolo, dentro e attorno ad un castello chiaramente modellato su Strawberry Hill (la bizzarra proprietà di Walpole), il Castello di Otranto ruota intorno ad una trama ricca di assurdità: un barone tirannico e i suoi intrighi, complicate rivelazioni di paternità e una sfilza di prodigi e apparizioni.

Il grande maestro al quale Walpole si ispirò per scrivere il suo romanzo è Shakespeare. La scena del ritratto di Alfonso il Buono, che si anima e si allontana dalla cornice è ispirata al “Racconto d’Inverno”, opera del grande drammaturgo, prediletta dai romanzieri gotici. Tuttavia l’intenzione dello scrittore non era quella di scrivere come Shakespeare ma solo di usare il suo esempio come modello d’arte.

Ma l’utilizzo del modello shakespeariano si esprime soprattutto nell’unione di stili tragico e comico con i quali Walpole cerca di superare le regole imposte dalla letteratura. Ne viene fuori uno stravagante pastiche non meno fantasioso dell’architettura di Strawberry Hill.

Il castello di Otranto illustrato da Piranesi

Trama del Castello di Otranto

Il romanzo si apre con l’attesa delle nozze di Corrado, unico figlio maschio di Manfredi, principe di Otranto, con Isabella, figlia del marchese di Vicenza: ma il giovane non si presenta e Manfredi, impaziente manda un servo a cercarlo. Questi ritorna ammutolito dal terrore accennando solo che nel cortile del castello c’è un immenso elmetto piumato, caduto dalla scalinata sotto il quale giace senza vita il corpo di Corrado, schiacciato dal peso.
L’evento, sovrannaturale e sinistro, è collegato ad una profezia, secondo la quale il castello di Otranto e il titolo di principe passeranno al vero proprietario quando questi diverrà troppo grande per abitarlo.
Manfredi, invece di piangere il figlio come fanno sua moglie Ippolita e l’altra figlia Matilda, manda a chiamare Isabella, la mancata sposa, e le annuncia che intende ripudiare la moglie per poterla sposare.
La fanciulla, atterrita dalla proposta incestuosa e spaventata dall’atteggiamento improvvisamente aggressivo di Manfredi, fugge attraverso i sotterranei del castello, diretta attraverso vari passaggi segreti, alla cattedrale a questo contigua.

Illustrazione del romanzo il Castello di Otranto

illustrazione del 1824 dell’elmetto gigante nel romanzo Il castello di Otranto.

Nelle segrete incontra un giovane contadino, anche lui in fuga, perchè condannato da Manfredi a languire sotto l’elmo che ha ucciso Corrado, reo di aver notato che l’elmetto omicida è lo stesso della statua di Alfonso il Buono, uno dei principi defunti della casa d’Otranto.
Il contadino aiuta Isabella ad aprire una botola che la condurrà all’abbazia di San Nicola. La ragazza riesce a fuggire ma il giovane viene catturato dai soldati di Manfredi e condannato a morte. Mentre sta per essere giustiziato, il prete che gli è accanto, padre Jerome, riconosce nel contadino suo figlio Theodore, grazie ad un segno a forma di freccia sul petto, e quindi come l’erede al titolo di conte di Falconara. Matilda, figlia di Manfredi, nota la grande somiglianza di Theodore con il ritratto di Alfonso il Buono, e se ne innamora. Del giovane è innamorata anche Isabella, che peraltro egli continua a difendere dai pericoli.

Nel frattempo, insieme a un cospicuo drappello di cavalieri, giunge il padre di Isabella, Federico, deciso a riprendersi la figlia, che si è rifugiata nel monastero, protetta da padre Jerome; quest’ultimo si rifiuta di consegnare la fanciulla a Manfredi e di concedergli l’annullamento del suo matrimonio.

L’azione a questo punto si sposta per un po’ nella foresta e qui per errore, Theodore ferisce Federico che sta cercando la figlia.

I due padri, Manfredi e Federico decidono di concedersi reciprocamente la mano delle due figlie, ma Manfredi, credendo che la donna sorpresa con Theodore alla tomba di Alfonso il Buono sia Isabella, la pugnala, uccidendo invece la figlia Matilda, lì convenuta per un incontro segreto con l’innamorato.
Mentre la fanciulla muore, il castello crolla tra tuoni e fulmini, distrutto fin nelle fondamenta; sulle sue rovine si erge immensa la figura di Alfonso il Buono, il cui spirito, ormai placato, incombe minaccioso su tutta la storia dall’inzio alla fine.
Il romanzo si conclude con la rivelazione che l’erede legittimo del titolo è Theodore e con le nozze di questi con Isabella, sia pure nel ricordo e nel compianto della povera Matilda.
Manfredi, pentito, si ritira in convento come la moglie Ippolita, per espiare fino all’ultimo le sue colpe.

Con la sua opera Walpole aveva creato “una nuova specie di romance”, del quale egli stabilì delle costanti per i romanzi gotici successivi: il castello, la foresta, il villain persecutore, la fanciulla perseguitata, l’eroe, l’eremita, l’abbazia ecc.

Gli elementi del romances sono la storia d’amore contrastato, derivata dal romanzo cavalleresco, con un eroe che si fa difensore di due eroine e passa attraverso una serie di prove prima di concludere la sua vicenda con il matrimonio di una di loro, la vergine sopravvissuta. Infine l’eroe recupera la sua identità con il riconoscimento del vero nome e del rango che gli spetta per nascita.

Nel romanzo l’elemento favolistico da il via a tutta la storia: il castello incantato, la spada magica, l’elmetto vendicatore, la profezia, lo spettro di Alfonso il Buono. Soprattutto il motivo dell’eroina in fuga sarà largamente usato.

Il tema della fanciulla perseguitata è un tema caro alla cultura medievale: le sante e le vergini cristiane martirizzate, che difendono la propria virtù. La verginità viene presevata e costantemente minacciata. L’insistenza sulla castità “suggerisce che la vergine assediata può rappresentare con tutta semplicità l’integrità umana”. La sua virtù è di esempio e ha la funzione di nobilitare l’uomo; in questi termini l’eroina è la matrice del romanzo gotico.

Il modello femminile è quello di una creatura dipendente dall’autorità maschile, dolce, soave e sottomessa; l’estrema sensibilità la fa cadere spesso vittima di pericoli che la malvagità pone sul suo cammino; la sua immaginazione prende la forma di una fantasia morbosa e claustrofobica; i suoi svenimenti equivalgono allo smarrimento della realtà ed è la logica conseguenza di una tensione emotiva che non consente di individuare i confini fra la realtà effettiva e la realtà immaginata.

Quasi sempre perseguitata, la fanciulla fugge attraverso le segrete di un castello o per luoghi selvaggi e inesplorati, come una foresta, luogo carico di elementi simbolici e corrispondente all’ignoto, soffermandosi talvolta ad ammirare scene pittoriche o più spesso sublimi, incontrando sul suo cammino figure solo apparentemente marginali, come l’eremita.

Lo spazio in cui l’eroina Isabella si muove è quello di un labirinto che sprofonda e si dirama in una infinità di corridoi bui. Questa spazialità si orienta in discesa: Isabella, dai piani superiori del castello, aperti, protettivi e sicuri (o creduti tali, nello stesso modo in cui Manfredi era stato visto come un padre rassicurante) comincia il suo viaggio nel profondo. Prima percorre la rampa dello scalone a folle velocità, poi il labirinto sotterraneo buio e silenzioso, infine trova la botola che si apre su gradini di pietra la cui ripidezza piranesiana conduce ad un recesso immerso in un’oscurità totale. Il personaggio di Isabella ricorda la vergine del romance e la principessa delle favole.
Theodore, che all’inizio si presenta sotto le mentite spoglie di un contadino, appare come un cavaliere della Tavola Rotonda, dichiarandosi pronto a dar la vita per la sua dama.

Su tutti e due incombe la figura di Manfredi, l’orco delle fiabe, dal quale la principessa deve essere salvata dall’eroe, ma anche libertino incestuoso e villain del teatro elisabettiano, usurpatore e tiranno. Il tutto all’interno di uno spazio che ricorda quello di un sogno.
Del sogno, il racconto di Walpole riporta anche tutta la simbologia sessuale, che si ritrova nella serratura mostrata da Isabella a Theadore, nel suo rifiuto di seguirlo nella caverna (prova della virtù della fanciulla), nella morte di Matilda per mano del padre che la uccide con un pugnale. E qui, come in un incubo, si scatenano pulsioni aggressive e reconditi sensi di colpa, che fanno del castello il simbolo delle oscure e tortuose divagazioni della mente e della prigione dell’essere.

Le complicate relazioni familiari, rivelano un disordine profondo, simboleggiato sia in termini sessuali che nell’identità dei personaggi nonché nei rovesciamenti sociali: il contadino è in realtà un principe; il principe è un fuorilegge; il monaco è un padre; il padre è un usurpatore incestuoso.

L’incesto viene introdotto nel racconto per il suo potenziale fortemente emotivo e per stimolare la paura.

In tutto il romanzo si possono notare coppie di contrari, interno-esterno, grande-piccolo, ascesa-discesa, perdizione-salvezza, luce-oscurità, piacere-orrore, ma anche relazioni simoboliche tra i personaggi: il villain e l’eroe; due padri sono opposti a due figlie, alle quali impongono matrimoni innaturali e infine irrealizzabili; il tentato matrimonio di sapore incestuoso di Manfredi con Isabella vede la diretta punizione nell’uccisione, da lui compiuta, della propria figlia Matilda per mezzo di un pugnale, chiaro simbolo sessuale. E infine la tentata violenza nei confronti di Isabella da parte di Manfredi comporta una forma di impotenza simboleggiata nella sterilità di Ippolita e nella morte dei due figli, che priverà il tiranno usurpatore di ogni possibile diritto su Otranto.

Qualunque siano i difetti del romanzo, esso testimonia una visione settecentesca del feudalesimo e della nobiltà e inventa ciò che diverrà uno dei temi predominanti della narrativa gotica : il ricadere delle colpe dei padri sui figli.

Castello di Otranto ultima modifica: 2017-01-11T17:20:26+00:00 da Stefano Torselli
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