Frankenstein di Mary Shelley, incipit del romanzo:

Lettera I

Alla Signora Saville, Inghilterra Pietroburgo, 11 dicembre 17 —

Incipit Frankenstein di Mary ShelleyTi rallegrerai nell’apprendere che nessun disastro ha accompagnato l’inizio di un’impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti. Sono arrivato qui ieri, e la prima preoccupazione è stata di rassicurarti, cara sorella, sul fatto che sto bene e che nutro una fiducia crescente verso quanto ho intrapreso. Sono già molto più a nord di Londra, e mentre cammino per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza di settentrione che mi sfiora le guance, mi rinvigorisce i nervi e mi riempie di gioia. Puoi capire questo mio sentimento? Questa brezza, che arriva dalle regioni verso cui sto andando, mi dà un assaggio di quei climi ghiacciati. Incoraggiati da questo vento pieno di promesse, i miei sogni ad occhi aperti diventano più vividi e appassionati. Cerco invano di convincermi che il polo è il regno del gelo e della desolazione: alla mia fantasia si presenta sempre come una regione piena di bellezza e di delizia. Là, Margaret, il sole è sempre visibile: il suo ampio disco sfiora appena l’orizzonte e diffonde uno splendore perpetuo. Là — se mi consenti, sorella mia, di fidarmi dei navigatori che mi hanno preceduto — la neve e gelo sono banditi, e, veleggiando su un mare calmo, si può essere trasportati in una terra che sorpassa per bellezza e meraviglia ogni regione del mondo finora scoperta.

I suoi prodotti e il suo aspetto potrebbero essere senza uguali, come certo senza uguali sono i fenomeni dei corpi celesti in quelle solitudini mai raggiunte. Cosa non ci si può aspettare in un paese di luce eterna? Potrei scoprire là il meraviglioso potere che attira l’ago della bussola, e dare ordine alle migliaia di osservazioni celesti che attendono solo questo viaggio per essere sottratte alla loro apparente eccezionalità.

La notte di Villa Diodati: come nacque il mito

Era il giugno del 1816 — l'"anno senza estate" causato dall'eruzione del vulcano Tambora — quando Mary Wollstonecraft Godwin, diciassette anni, si trovò a Villa Diodati sul lago di Ginevra insieme a Percy Bysshe Shelley, Lord Byron, il medico John Polidori e la sorellastra Claire Clairmont. Le piogge incessanti tenevano il gruppo confinato all'interno, e Byron propose una sfida: ciascuno avrebbe scritto una storia di fantasmi. Da quella notte di letture di racconti gotici tedeschi, di conversazioni sul galvanismo e sulla possibilità di rianimare i morti, nacquero due capolavori del genere: il Vampiro di Polidori e, nella mente ancora giovane di Mary, il sogno-incubo di un creatore che contempla sgomento il mostro che ha assemblato. Frankenstein, o il moderno Prometeo fu pubblicato nel 1818, quando l'autrice aveva appena vent'anni: il romanzo gotico più visionario e filosoficamente ambizioso della storia della letteratura inglese.

Analisi dell'incipit: il Polo Artico come paesaggio dell'anima

La scelta di aprire il romanzo con le lettere del capitano Robert Walton alla sorella Margaret non è casuale. Walton è un esploratore che sogna di raggiungere il Polo Nord, convinto di trovarvi "un paese di luce eterna" — e questa ambizione cieca, questa fede irrazionale nella possibilità di valicare i limiti imposti alla conoscenza umana, lo specchia perfettamente nel dottor Frankenstein che incontrerà tra i ghiacci. L'incipit epistolare stabilisce subito il tema centrale del romanzo: il sublime come forma di pericolo. Le "regioni ghiacciate" che Walton descrive con entusiasmo sono lo stesso paesaggio interiore del creatore folle — la mente che si slancia oltre la soglia del consentito e ne viene distrutta. L'artico che appare in queste prime righe come una terra di meraviglia si rivelerà, nel finale, il palcoscenico della tragedia ultima. Mary Shelley costruisce così, sin dall'apertura, una trappola narrativa: il lettore è sedotto dal lirismo di Walton e non si accorge di stare già camminando verso l'abisso.