Prostituzione e sessualità nella Londra dell’ottocento

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prostituta in epoca vittorianaLa pudica morale vittoriana “imponeva” alle donne delle classi sociali elevate di non trovare piacevole il rapporto sessuale, considerato un obbligo da adempiere con i propri mariti al quale non era possibile sottrarsi.
L’enorme presenza di prostitute che si registrò in epoca vittoriana ebbe quindi come primo motivo di condanna il fatto che le donne, di solito di bassa estrazione sociale, che esercitavano il meretricio di loro spontanea volontà trovavano la sessualità appagante e soddisfacente.

La prostituzione in età vittoriana: una scelta disperata

Ad ogni modo, al di là di quello che l’opinione dei benpensanti tendeva a credere, l’esercizio della prostituzione era dettato soprattutto da un’estrema indigenza e da una domanda sempre crescente di uomini insoddisfatti nella loro mascolinità e nelle loro virili pulsioni che, al contrario di quelle femminili, non erano affatto represse ma piuttosto incoraggiate nella cultura vittoriana.

Molte donne, spinte dalla povertà, decidevano di vendersi ad uno o ad una ruffiana, che disponevano di loro come merci. Se mai avessero voluto smettere di prostituirsi avrebbero prima dovuto affrontare i loro padroni, che raramente avrebbero lasciato libere le loro fonti di sostentamento, e poi si sarebbero dovute confrontare con delle famiglie d’origine che quasi sicuramente non avrebbero ripreso in seno un membro con il marchio dell’”infamia” sociale.

I ruffiani erano spesso i gestori delle case chiuse, strutture più o meno raffinate frequentate da uomini di ogni ordine sociale, in cui i padroni trattavano direttamente con i clienti. La prostituta subentrava solo in un secondo momento e aveva l’obbligo di scambiare solo poche e generiche parole con l’avventore, che aveva pagato anticipatamente la prestazione. Spesso invece le prostitute vivevano sotto affitto del ruffiano, che le teneva in scacco richiedendo canoni altissimi e difficili da pagare con gli esigui compensi del meretricio di strada. Tuttavia, se l’affitto non fosse stato pagato, le ragazze sarebbero state buttate in strada ed esposte a pericoli e violenze di ogni genere.

Le prostitute più fortunate e intraprendenti vivevano invece in  “case alloggio”, una sorta di bordelli organizzati dallo Stato, in cui si autogestivano le tariffe e le prestazioni.

prostituzione nell'Inghilterra dell'ottocento

Prostituzione minorile e pedofilia in epoca vittoriana

Le prostitute più pagate ed apprezzate erano le vergini e ciò ha causato una vera e propria compravendita di bambine (ma anche maschi) che le famiglie più povere cedevano ai bordelli
in cambio di cifre che potevano sfiorare anche le 400 sterline se i malcapitati avevano meno di 12 anni. Quando le richieste erano particolari e i clienti altolocati e danarosi, i ruffiani non si facevano scrupoli nel rapire bambine della borghesia o dell’alta società.

Nell’età vittoriana, in cui i matrimoni combinati avvenivano anche tra preadolescenti, l’età legale per il consenso sessuale era di 12 anni, portata poi a 13 nel 1875. Questo limite così basso tuttavia avallava notevolmente la prostituzione infantile e dopo l’agghiacciante reportage di William Stead, cronista del Pall Mall Journal, sul mondo delle prostituite bambine e delle sevizie che sono costrette a subire, nasce un movimento sociale che culminerà con l’elevazione del limite a 16 anni nel 1885.

I bambini erano inoltre molto richiesti perchè si riteneva che non fossero portatori di quelle malattie veneree come la gonorrea e la sifilide, diffusissime in età vittoriana, e inoltre perchè alcune credenze popolari ritenessero il rapporto sessuale con un bambino curativo di queste patologie.

Le malattie veneree e la repressione sanitaria della sessualità

cintura di castità Queste malattie divennero il vero e proprio incubo dell’ Inghilterra di fine ‘800 poiché dagli utenti delle prostitute si diramavano tra le loro mogli e i loro figli, creando scandali nell’alta società ed un alto tasso di mortalità della popolazione. I medici vittoriani in prima istanza sottovalutarono l’enorme proliferare di queste patologie, relegandole a fenomeno dei “bassi fondi”, ma quando i sintomi e la mortalità divennero innegabili anche tra i borghesi e la nobiltà si ricorse nel 1864 a promulgare una legge apposita secondo la quale potevano essere fermate ed obbligate ad essere visitate le prostitute sospette di essere infette. In caso di accertata malattia, venivano relegate per 3 mesi in un ospedale militare, in cui erano curate in stato di detenzione.
Alcun controllo però venne effettuato sugli utenti, che continuarono a propagare il contagio fino a spingerlo verso picchi mostruosi con l’avvento del Novecento.

Per contenere il contagio e limitare il ricorso alla prostituzione, eminenti scienziati e medici vittoriani iniziarono a prescrivere per gli uomini un uso circoscritto e saltuario delle loro “energie spermatiche”, invitandoli a frustrare la loro sessualità in favore di una vita domestica più morigerata, evitando malsane e non salutari pulsioni.

Si promosse la continenza e l’autocontrollo come sintomo di elevazione morale, successo materiale e distinzione dalle classi sociali più basse, attanagliate e dominate dalle ansie e dai bassi istinti della sessualità.  Persino la masturbazione e le polluzioni notturne furono individuate come incompatibili con sensibilità artistica e culturale e furono messi a punto particolari dispositivi per aiutare gli uomini in questo percorso di superamento delle pulsioni sessuali.

Queste pratiche repressive, che attribuivano all’eccesso di eccitazione sessuale la maggior parte dei  disturbi mentali e fisici degli adolescenti, arrivarono sino alla pratica diffusa della cauterizzazione del pene e del clitoride.

Prostituzione e sessualità nella Londra dell’ottocento ultima modifica: 2017-01-11T10:34:44+00:00 da Stefano Torselli
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