Per millenni si è creduto nell’esistenza dell’anima, era cosa certa, e per millenni si sono trovati modi per conoscerla, parlarci, interagire in tutti i modi. Uno degli interrogativi sui quali gli scieziati di ogni tempo si sono arrovellati era se l’anima si potesse isolare dal corpo che la conteneva e soprattutto sapere quanto pesa l’anima.
Alla fine dell’ottocento ancora molti medici e scienziati cercavano certezze e studiavano l’anima nel tentativo di dare una risposta scientifica al quesito; tra questi il dottor Duncan MacDougall che per anni ha tentato di pesarla.
Nel 1864 a Dorchester nel Massachussets il medico Charles Cuffils fondò una casa di consunzione per i malati terminali di tubercolosi, un opera caritatevole per alleviare le sofferenze ed evitare il contagio.
Il metodo scientifico della prova
Agli inizi del novecento Duncan MacDougall ed altri autorevoli medici che lavoravano alla casa di consunzione studiarono il modo di dare una risposta scientifica alla domanda millenaria: “quanto pesa l’anima?” Se avessero dimostrato che aveva un peso automaticamente l’esistenza dell’anima sarebbe stata incontrovertibilmente certificata.
La dmostrazione scientifica fu attuata portando i malati in fin di vita su una bilancia, appositamente allestita, aspettando il decesso. Misurando il peso del malto, tra prima e dopo la morte erano convinti di riuscire a stabilire se l’anima avesse un peso e quindi certificarne l’esistenza in modo scientifico con strumenti che potessero replicare la prova.
Quanto pesa l’anima? 21 grammi
Alle 17,30 del 10 aprile del 1901, il paziente numero 1 fu dichiarato moribondo, scattò quindi la procedura stabilita per l’esperimento, l’equipe medica si mosse ben coordinata e in fretta per trasportare il malato nella sala della bilancia e predisporre gli strumenti di misurazione.
Attorno al povero malato i medici in attesa assistevano all’evento mai tentato di verificare cosa accadesse al momento del decesso al peso dell’uomo.
La lancetta della bilancia si mosse registrando la perdita di ¾ d’oncia, 21 grammi.
Una prova deboluccia
L’esperimento fu ripetuto altre 5 volte e nel 1907 MacDougall pubblicò un articolo su ‘American Medicine’ suscitando dubbi sugli specialisti che inviarono parecchie obbiezioni e critiche ma MacDougall rispose a tutti i dubbi ripetendo che la perdita repentina di 21 grammi era inspiegabile.
Gli esperimenti per accertare quanto pesa l’anima continuarono anche da parte di altri scienziati che provarono a pesare cani e roditori senza trovare però perdita di peso ma essendo animali era giusto che fosse così perché la Chiesa dice che non hanno anima.
La teoria di MacDougall rimase teoria e poco considerata tuttavia alcuni hanno continuato a studiare la cosa: nel 1998 Donald Gilbert Carpenter pubblica un libro sull’argomento riprendendo i lavori dei predecessori ma non facendo esperimenti e riproponendo la prova utilizzando non malati agonizzanti ma donne in cinta al momento del parto per verificare un aumento di peso e non una diminuzione.

La psicostasia: pesare l'anima nell'antico Egitto
L'ossessione per il peso dell'anima non nasce con MacDougall: affonda le radici in una delle civiltà più antiche del mondo. Nell'antico Egitto, il rito della psicostasia — la pesatura del cuore — era il momento culminante del viaggio nell'aldilà. Secondo il Libro dei Morti, il defunto si presentava davanti al tribunale di Osiride, e il suo cuore veniva posto su una bilancia: sul piatto opposto stava la piuma di Ma'at, dea della verità e della giustizia. Se il cuore era pesante di peccati, superava il peso della piuma e veniva divorato dal mostro Ammit; se era leggero come la piuma, il defunto accedeva ai Campi di Iaru. Migliaia di anni prima che un medico del Massachusetts costruisse la sua bilancia per moribondi, gli egizi avevano già intuito che il destino dell'anima si misurava sulla stessa bilancia che pesa la coscienza — e che il peccato, non la materia, è ciò che appesantisce l'essere umano.
Le critiche della scienza: perché i 21 grammi non reggono
Il lavoro di MacDougall fu criticato già nel 1907, immediatamente dopo la pubblicazione. Il dottor Augustus P. Clarke fece notare che il calo di peso registrato era perfettamente spiegabile con l'evaporazione del sudore e dei vapori respiratori: al momento del decesso, la termoregolazione corporea cessa bruscamente, e il corpo — prima di raffreddarsi — disperde una piccola quantità di umidità. Ma i problemi erano anche metodologici: su sei pazienti, solo uno mostrava una perdita netta e chiara di ¾ d'oncia; gli altri cinque avevano dati contraddittori, alcune bilance erano instabili, e i tempi di rilevazione variavano. La comunità scientifica non riprodusse mai l'esperimento in modo controllato, e il paper di MacDougall rimase un episodio isolato. Oggi nessun fisico o biologo prende sul serio i 21 grammi come misura dell'anima: la perdita di peso alla morte è reale, ma spiegate dalla fisiologia — non dalla metafisica.
Ventuno grammi: dall'esperimento al cinema
Nonostante la sua fragilità scientifica, l'esperimento di MacDougall ha avuto una vita culturale straordinaria. Il numero 21 grammi è diventato uno dei miti moderni più resistenti, ripetuto come certezza in mille conversazioni da salotto e condiviso in rete come se fosse un dato acquisito. Nel 2003 il regista Alejandro González Iñárritu ne ha tratto il titolo del film 21 Grams — una storia di colpa, redenzione e destino intrecciati — consacrando definitivamente il numero nell'immaginario collettivo. Il peso dell'anima è diventato metafora: non si parla più di bilance e tubercolotici, ma di tutto ciò che portiamo dentro e che, forse, ci lascia nel momento in cui smettiamo di respirare. Che i 21 grammi siano un mito o una misurazione, la domanda che li ha generati — esiste qualcosa che sopravvive alla morte del corpo? — rimane la più antica e irrisolta della storia umana.


