Il Palazzo Ducale e la Ca’ d’Oro sono i massimi esempi del gotico di Venezia, ispirato all’architettura islamica. L’eccezionale situazione urbanistica della città creò una particolare tipologia di palazzo urbano. Essa era basata, dal punto di vista della composizione, unicamente sulla facciata che si rispecchiava sull’acqua.
Nel medioevo la repubblica marinara di Venezia era diventata il fulcro degli scambi tra il mediterraneo orientale e l’Europa centrale. La sua politica, le relazioni commerciali, tutta la sua cultura sono lo specchio del ruolo di mediatrice che svolse tra Oriente e Occidente.
Gli impulsi essenziali all’attività edilizia nella città lagunare provenivano dall’aristocrazia e dalla borghesia arricchita, che si facevano costruire lungo il Canal Grande i loro costosi palazzi e uffici commerciali.
La Ca’ d’Oro
Costruita tra i 1421 e il 1436 per Marco Contarini, la Ca’ d’Oro è il più bell’esempio tardo gotico di questa tipologia. La facciata si apre, nella sua larga sezione centrale, in arcate e logge incorniciate da trafori, dietro cui si nasconde al piano terra il portego – un’ampia sala – e al piano superiore la sala. Questa raffinatissima composizione è fiancheggiata dalle torreselle, assi laterali chiusi a forma di torre che conferiscono equilibrio al tutto.
Il Palazzo Ducale
Il Palazzo Ducale di Venezia dimostra come questo modello sia stato realizzato anche in dimensioni maggiori.
Eretto intorno al 1340 su edifici più antichi, il Palazzo Ducale assunse il suo aspetto caratteristico solo con l’ampliamento del 1424. Come in numerosi palazzi comunali, il piano inferiore è porticato. Al di sopra s’innalza la compatta ala principale con le sale del Consiglio.
Ma ciò che a Orvieto o a Piacenza appare simile a uno zoccolo massiccio, qui acquista una straordinaria leggerezza: il Palazzo Ducale di Venezia poggia su due registri di delicate arcate il cui effetto complessivo è determinato dalle decorazioni a traforo ogivali della parte superiore. La statica sembra rovesciata: il blocco del piano superiore, alleggerito timidamente solo da ampie finestre e decorazioni di marmi policromi, poggia con tutta la sua mole su graziosi colonnati che tuttavia sembrano sostenerne il peso con allegria.
L’unico modello d’ispirazione per questo linguaggio compositivo, assolutamente non classico, è l’architettura islamica. Basta vedere il cortile dei Leoni dell’Alhambra di Granada, costruita appena 50 anni prima: anche qui, pareti chiuse e compatte poggiano su colonnine sottili, come a voler sfidare la forza di gravità.
L'oro che non c'è più: la storia del nome e della doratura originale
Il nome Ca' d'Oro non è un'iperbole poetica, ma il ricordo fedele di una realtà scomparsa. Quando Marino Contarini commissionò il palazzo nel 1421, volle che la facciata in pietra bianca d'Istria risplendesse letteralmente d'oro: il pittore Giovanni Charlier ricoprì i trafori, le ogive e i capitelli con foglia d'oro, blu oltremare, rosso e nero, trasformando la superficie in un mosaico abbagliante che si rispecchiava nel Canal Grande nelle ore mattutine. Era un manifesto di potere commerciale prima ancora che un'opera d'arte, un grido di prosperità lanciato verso le imbarcazioni di passaggio. I secoli, i restauri malaccorti dell'Ottocento — quando la ballerina Marie Taglioni, proprietaria del palazzo, permise allo scultore Meduna di smantellare la scala originale e disperdere i pozzi nel cortile — e poi l'umidità della laguna cancellarono ogni traccia di quella policromia. Ciò che oggi ammiriamo è l'ossatura gotica nella sua nudità marmorea, bellissima ma impoverita rispetto alla visione originale. Solo chiudendo gli occhi e lasciando lavorare l'immaginazione si può restituire al gotico veneziano la sua primitiva, sfrontata magnificenza dorata.
La Galleria Giorgio Franchetti: un museo dentro il palazzo ritrovato
Fu il barone Giorgio Franchetti a salvare la Ca' d'Oro dall'oblio. Acquistato il palazzo in rovina nel 1894, ne avviò un restauro meticoloso che recuperò pezzi dispersi in tutta Europa, riportò il pozzo quattrocentesco in cortile e restituì agli ambienti la loro proporzione gotica. Alla sua morte, nel 1916, donò il palazzo allo Stato italiano, che lo aprì come Galleria Giorgio Franchetti nel 1927. Tra le sue sale si conserva uno dei capolavori assoluti del Quattrocento italiano: il San Sebastiano di Andrea Mantegna, dipinto intorno al 1490, in cui il corpo trapassato dalle frecce del martire sembra trasformarsi in architettura, come se la carne stessa aspirasse alla pietra. Accanto a lui, bronzi fiamminghi, medaglie rinascimentali, frammenti di affresco strappati da chiese veneziane e una collezione di ceramiche che racconta la stessa vocazione cosmopolita della città. Percorrere la loggia al piano nobile, affacciata sul Canal Grande, è un'esperienza sospesa tra il gotico e l'eterno: sotto scorrono i vaporetti, sopra le ogive filtrano una luce che non cambia da sei secoli.
Il Palazzo Ducale e i suoi segreti: il Ponte dei Sospiri e le prigioni dei Piombi
Se la facciata del Palazzo Ducale di Venezia incanta con la sua leggerezza gotica, gli interni custodiscono un contrappunto oscuro che nessun visitatore dovrebbe ignorare. Sotto il tetto di piombo che dà il nome alle celebri prigioni — i Piombi — i detenuti soffrivano il gelo d'inverno e un calore insopportabile d'estate, tanto che Giacomo Casanova fu l'unico nella storia a evadere da esse, nel 1756, aprendo a piccone un varco nel soffitto. Al piano opposto, a livello delle fondamenta, si aprivano i Pozzi: celle umide e quasi sempre allagate, dove la detenzione diventava una lenta dissoluzione. A collegare questi due mondi di sofferenza e il palazzo del potere è il Ponte dei Sospiri, costruito nel 1600 su disegno di Antonio Contino: un arco chiuso in pietra d'Istria attraverso cui i condannati transitavano per l'ultima volta, con le Bocche dei Leoni — le cassette marmoree disseminate nel palazzo in cui chiunque poteva depositare denunce anonime — come silenziosi testimoni del sistema di controllo della Serenissima. L'architettura gotica veneziana è anche questo: bellezza e terrore che condividono la stessa pietra, affacciati sullo stesso canale.

