Duccio di Buoninsegna è un pittore italiano del trecento che sviluppa una pittura gotica senese sviluppa parallela alla scuola di Giotto, ma su fondamenta estetiche completamente diverse. Grazie alla sua opera e, successivamente, a quella di Simone Martini, la scuola senese diventa un punto di riferimento del gotico internazionale.
Il punto di partenza di Duccio di Buoninsegna è il modello bizantino, che però cerca di trasformare mettendo in risalto l’immergersi dell’uomo nella meditazione su Dio come parte della vita quotidiana. Duccio è impegnato nella produzione di immagini sacre domestiche, e non di vasti cicli pittorici. Non si preoccupa tanto della collocazione della figura nello spazio e di una visione realistica dell’oggetto nell’opera, quanto delle necessità estetiche dei suoi committenti che preferiscono soluzioni stilistiche conservatrici, tradizionali o improntate all’arte di corte. Il canone bizantino era previsto per temi solenni, come la Trasfigurazione di Cristo o l’Assunzione della Vergine. La Maestà di Duccio La Madonna Rucellai (1285) è ancora legata allo schema bizantino, ma si possono già riconoscere i segni del nuovo orientamento. L’architettura del trono trasmette un’impressione di spazialità e fa apparire tridimensionali gli angeli costruiti in modo uniforme e poco differenziati nei gesti.
La Maestà di Duccio di Buoninsegna
Un quarto di secolo dopo, Duccio dipinge la Maestà (1311), per il Duomo di Siena. Nel linguaggio popolare, erano chiamate Maestà i tabernacoli e i quadri sacri che adornavano luoghi pubblici. A Siena la Vergine era stata scelta come sovrana del comune in seguito a un avvenimento del 1260, quando i senesi si erano affidati alla protezione della Madonna e avevano sconfitto l’esercito fiorentino numericamente superiore. Da allora la Vergine era considerata la reggente del comune, e la Maestà era in certo modo il ritratto dello stato senese. Per questo, la tavola di Duccio venne portata in solenne processione dalla bottega del maestro al duomo. Nell’opera, Maria dà l’impressione di essere scesa dal suo trono celeste per sedersi su uno terreno. Essa siede su un trono di marmo i cui pilastri sono strutturalmente simili all’architettura del duomo. La rappresentazione si trova così sulla linea di confine tra l’adorazione sacra e l’udienza profana: un posizionamento sicuramente preteso in maniera consapevole dai committenti, per affidare la tutela della città alla Madonna anche dal punto di vista politico.
Il fondo dorato, l’allineamento dei personaggi e degli angeli e anche i decori cesellati sono forme tradizionali d’indirizzo ancora bizantino e alludono allo splendore della Regina del cielo e alla gerarchia divina. Al contrario, l’architettura del trono sembra giottesca e si accorda con la mobilità della Madre e del Figlio. Sul verso della tavola sono rappresentate 26 scene della Passione, dove lo scenario naturale sembra schematico e bizantino, ma gli spazi necessari per lo svolgimento dell’azione sono strutturati secondo il modello grottesco. Ciò riguarda anche la gestualità e la mimica delle figure che sono state ideate in modo differenziato e dinamico.

Fortuna della pittura senese
Anche se le composizioni di Giotto si dimostrarono importanti per lo sviluppo della pittura del primo Rinascimento, Duccio di Buoninsegna sondò da parte sua uno spettro estetico che, nell’intenso confronto con la tradizione bizantina, era molto più sfaccettato. È quindi comprensibile che la buona reputazione di Siena, intorno alla metà del XIV secolo, si fosse diffusa in Europa più delle idee formali di Giotto e della sua scuola.


La vita di Duccio: Siena tra capolavori e debiti
Le notizie biografiche su Duccio di Buoninsegna sono frammentarie ma sorprendentemente vivaci. Nato a Siena intorno al 1255 e morto entro l'agosto 1319, il maestro emerge dagli archivi del comune piu' come uomo inquieto che come venerato pittore di Madonne: nel 1280 e' multato per non aver giurato fedelta' al Capitano del popolo, nel 1289 per essersi opposto alla cerca dei caratoni, nel 1302 risulta incatenato fra i debitori della Biccherna. Lavora moltissimo, riceve commesse importanti, eppure muore lasciando ben sette figli e debiti tali che la vedova Taviana e i figli rinunciano formalmente all'eredita'. Quest'uomo, che disegnava angeli dalle ali di gemma, viveva in una Siena ancora gotica, fatta di compagnie di lana, processioni notturne e palazzi turriti: la sua biografia inquieta e' forse la chiave per capire la tensione spirituale che vibra in ogni sua tavola.
Oltre la Maesta': vetrate, Madonne e capolavori dispersi
L'opera di Duccio non si esaurisce nella Maesta' del Duomo. Gia' nel 1287-88 firma il primo grande progetto pubblico della sua carriera: la vetrata circolare dell'abside del Duomo di Siena, oggi conservata al Museo dell'Opera, prima vetrata italiana documentata di mano nota e capolavoro del gotico vetrario. C'e' poi il polittico di Crevole, la Madonna dei Francescani, la piccola e tenerissima Madonna Stoclet, acquistata dal Metropolitan Museum nel 2004 per oltre 45 milioni di dollari, che mostra Maria intenta a sollevare il velo del Bambino con un gesto di intimita' inedita per l'epoca. Anche la stessa Maesta' ha avuto destino tragico: smembrata nel 1771, le sue tavolette della Predella si trovano oggi disperse fra Siena, Londra, Washington, Madrid e New York, autentica diaspora di un capolavoro pensato come un unico organismo narrativo.
Dove vedere oggi le opere di Duccio di Buoninsegna
Per chi voglia entrare nella penombra dorata di Duccio, la tappa irrinunciabile resta il Museo dell'Opera del Duomo di Siena, dove campeggia la grande Maesta' nelle sue due facce ricomposte e la celebre vetrata. Agli Uffizi di Firenze si conserva la Madonna Rucellai, vertice della prima maturita'. La National Gallery di Londra custodisce tre tavolette della Predella, fra cui la lirica Guarigione del cieco e la Trasfigurazione; la Frick Collection di New York conserva la Tentazione di Cristo sul monte, mentre il Metropolitan Museum, sempre a New York, ospita la Madonna Stoclet. Visitare queste sale e' come ricomporre, lampada dopo lampada, l'antico altare maggiore del Duomo senese, e ritrovare in ogni frammento quella malinconia gotica, sospesa fra Bisanzio e Toscana, che fa di Duccio l'antesignano di Simone Martini e dei Lorenzetti.


